Criminalità

Sicilia, dalla cocaina al controllo del territorio: i nuovi equilibri criminali tra albanesi, stidda e cosa nostra

Quinta Puntata – La cocaina arriva, cambia mano e diventa controllo del territorio: nel Ragusano “u Puorcu” e i Matriali acquistano peso mentre la componente albanese mantiene merce, credito e collegamenti. È dentro questo incastro che maturano tensioni e violenza.

11 Ottobre 2026

Gli anni di Denny: dalla merce degli albanesi al territorio dei vittoriesi, fino allo scontro della Lucciola

Per capire chi sia davvero Denny Lalollari e perché, a un certo punto, Giuliu “u Tistuni”, Luzim Ndreu, scelga proprio lui per rappresentarlo all’esterno durante il periodo trascorso in carcere e mantenere aperti rapporti che non potevano essere lasciati sospesi, bisogna riavvolgere il nastro e fermarlo tra il 2017 e il 2018, ben prima di quel febbraio del 2019 e del casolare costruito lungo la linea di confine tra Vittoria e Gela dove le forze dell’ordine arrestano Ndreu, Pandeli Prifti e Kujtim Rapushi.

Quella di Lalollari non segue il percorso più semplice dell’uomo arrivato dall’Est in cerca di lavoro e finito progressivamente ai margini della legalità, perché la sua traiettoria appare diversa già negli anni precedenti e passa attraverso la capacità di osservare il territorio, radicarsi, costruire relazioni e amicizie, conoscere uomini e ambienti nei quali bisogna imparare rapidamente chi conta, chi decide e fino a dove ci si può spingere.

È il percorso di un uomo che, per certi aspetti, sembra appartenere a un’altra epoca, quasi a un modo antico di costruire riconoscimento e influenza attraverso i rapporti personali, ma che, osservato con attenzione, contiene già molti dei tratti destinati a riemergere negli anni successivi: la violenza, l’intimidazione, la familiarità con ambienti criminali differenti e soprattutto la capacità di passare da un interlocutore all’altro, muovendosi tra uomini, interessi e affari diversi senza rimanere confinato dentro un solo mondo.

Molto prima della cocaina e del casolare sul confine, è tra il 2017 e il 2018 che comincia a prendere forma il Denny Lalollari che ritroveremo negli anni successivi.

Prima della cocaina

Nel maggio del 2018, a Comiso, il profilo di Lalollari mostra già una dimensione apertamente violenta quando Enrico Caltabiano, secondo la ricostruzione investigativa, viene attirato fuori dalla propria abitazione, raggiunto e picchiato, mentre le conversazioni riportate negli atti attribuiscono direttamente a Lalollari minacce che lasciano poco spazio all’interpretazione: «Devi scomparire da Comiso» e «Vattene a Catania, perché ti taglio la testa». Non sono soltanto parole pronunciate durante un’aggressione, ma restituiscono un modo di muoversi nel quale forza, pressione e intimidazione diventano strumenti attraverso i quali regolare rapporti e contese.

Un mese dopo, nel giugno del 2018, quando viene indicato come imprenditore agricolo, Lalollari viene arrestato nell’ambito di un’indagine sullo sfruttamento di lavoratori stranieri, una vicenda nella quale gli vengono contestate anche condotte relative a beni ritenuti di provenienza furtiva, ricettazione e furto di energia elettrica; quegli atti non gli attribuiscono ancora un ruolo nella filiera del narcotraffico, ma restituiscono l’immagine di un uomo che si muove già dentro ambienti criminali differenti e sembra possedere una particolare capacità di costruire rapporti, attraversare mondi diversi e trovare ogni volta uno spazio nel quale inserirsi.

Questa capacità emerge ancora più chiaramente in un altro procedimento, nel quale Lalollari compare all’interno di una rete che, nella ricostruzione investigativa, si muove tra furti, ricettazione, restituzione della refurtiva attraverso il cosiddetto cavallo di ritorno, armi e stupefacenti, mentre le intercettazioni realizzate all’interno dell’Audi Q5 e del Fiat Doblò da lui utilizzati consentono agli investigatori di ascoltare conversazioni nelle quali vengono discussi obiettivi, sopralluoghi, automobili da rubare, luoghi nei quali nascondere i mezzi e possibilità di trasformare la refurtiva in denaro; negli stessi atti compaiono inoltre contestazioni relative alla disponibilità di pistole e di un giubbotto antiproiettile.

In quegli anni comincia a delinearsi il Denny che ritroveremo più avanti, perché prima ancora che la cocaina diventi centrale nella sua storia ci sono già uomini, amicizie, relazioni costruite sul territorio, disponibilità alla violenza e soprattutto la capacità di comprendere rapidamente come funzionano gli affari criminali, chi può essere utile, chi può diventare un interlocutore e in che modo un’attività illegale possa trasformarsi in denaro.

Quando, dopo il 2019, gli equilibri cambiano, Lalollari non parte quindi da zero, ma si porta dietro quel patrimonio di conoscenze e relazioni e comincia a muoversi accanto ad altri uomini della componente albanese presenti o collegati al territorio, arrestati nell’operazione Kamarina Drugs 2: Daiu Lorenc, Ismet Totraku, Elis Rustami, Elton Laraku, Ferit Hoxholli, Erjon Seferi e i fratelli Tosku. Da quel momento a cambiare non è soltanto il peso di Denny, ma soprattutto la dimensione degli affari nei quali riesce progressivamente a entrare.

La merce e il territorio

Il percorso di Lalollari finisce così per incrociare qualcosa di più ampio della sua storia personale, perché chi dispone della merce e chi conosce il territorio finiscono per avere bisogno l’uno dell’altro, costruendo rapporti che non nascono necessariamente da un’appartenenza comune, ma dalla convenienza e dalla possibilità di svolgere funzioni differenti dentro lo stesso mercato.

Da una parte ci sono i gruppi vittoriesi, che conoscono uomini, piazze, equilibri, debolezze e rapporti di forza, sanno chi può vendere, chi può garantire un pagamento e chi può muoversi senza attirare troppo l’attenzione; dall’altra c’è la componente albanese, che dispone di qualcosa di diverso e altrettanto decisivo, vale a dire i canali di approvvigionamento, la disponibilità dello stupefacente, il credito e i collegamenti necessari per far arrivare la cocaina sul territorio.

In una prima fase non servono grandi quantità e ai gruppi locali sarebbero state affidate anche partite relativamente piccole, cento grammi alla volta, sufficienti però a capire chi fosse affidabile, chi sapesse vendere, chi rispettasse i tempi di pagamento e fino a che punto fosse possibile aumentare progressivamente le forniture senza compromettere il rapporto; la cocaina, in questa fase, non è soltanto merce da piazzare sul mercato, ma diventa anche una prova attraverso la quale misurare gli uomini prima ancora degli affari.

Chi riceve la droga deve dimostrare di saperla trasformare in denaro e di rispettare gli accordi, mentre chi la fornisce può decidere di aumentare il credito, ridurlo o interrompere il rapporto, ed è dentro questo meccanismo che “u Puorcu” e i Matriali acquistano un peso sempre maggiore, perché la loro forza non starebbe soltanto negli uomini di cui dispongono o nella capacità intimidatoria, ma soprattutto nella possibilità di trasformare una fornitura in distribuzione, una partita di cocaina in denaro e un rapporto commerciale in presenza stabile sul territorio.

È un equilibrio fondato sulla necessità reciproca e proprio per questo mai completamente stabile, perché chi controlla il territorio può provare ad allargare il proprio spazio e a diventare più autonomo, mentre chi controlla la merce può usare credito e approvvigionamento per evitare che quell’autonomia si trasformi in indipendenza, dentro un rapporto nel quale collaborazione, convenienza e diffidenza finiscono inevitabilmente per convivere.

Lalollari cresce dentro questo spazio fino a quando la sua esposizione sarebbe diventata troppo evidente e avrebbe provocato un richiamo proveniente dall’area di Santa Croce Camerina; il contrasto sarebbe poi sfociato in un’aggressione fisica, dopo la quale Lalollari avrebbe cercato aiuto presso la caserma dei Carabinieri di Santa Croce, un episodio che mostra il limite entro il quale un uomo può crescere, conquistare spazio e diventare necessario senza arrivare a disturbare equilibri che altri considerano intoccabili.

Gli anni passano, gli uomini cambiano posizione e i rapporti si modificano, ma il mercato continua ad avere bisogno della capacità di far arrivare la merce e di quella, altrettanto decisiva, di trasformarla in denaro; quando queste due funzioni si incontrano, il territorio non è più soltanto il luogo nel quale la cocaina viene venduta, ma diventa una parte essenziale della filiera, il punto nel quale la droga passa di mano, viene distribuita e comincia a produrre denaro e influenza.

Ed è proprio qui che il flashback finisce e il racconto torna al presente.

Sette anni dopo, la Lucciola

Nell’estate del 2026 il racconto torna a Vittoria, non più dentro un casolare nascosto nelle campagne ma in un locale pubblico, la Lucciola, dove uno scontro apparentemente circoscritto permette di vedere per un momento ciò che negli anni precedenti era rimasto distribuito tra uomini, rapporti e funzioni differenti.

Quando Luzim Ndreu entra alla Lucciola, ciò che sta accadendo diventa più leggibile, perché il gruppo Gurrieri non aveva toccato soltanto uomini dello spaccio, ma era arrivato, attraverso i fratelli Di Modica, fino a soggetti considerati vicinissimi a “u Puorcu” e ai Matriali e, attraverso Ndreu, fino a una componente che negli anni avrebbe costruito rapporti sul terreno dell’approvvigionamento.

Dentro quella scena finiscono così per incontrarsi il territorio sul quale la cocaina viene trasformata in denaro e la filiera che permette alla merce di raggiungerlo, ed è proprio per questo che il tentativo attribuito al gruppo Gurrieri può avere finito per urtare interessi molto più estesi di quelli immediatamente visibili.

Dopo quello scontro la componente albanese avrebbe scelto di ridurre la propria esposizione, lasciando ad altri il controllo territoriale e continuando però a mantenere rapporti, canali di approvvigionamento e una presenza negli affari meno immediatamente riconoscibile; nello stesso periodo cresce il peso di “u Puorcu” e dei Matriali nella gestione quotidiana del territorio, senza che questo significhi che la componente albanese sia uscita dal quadro o abbia cessato di avere un ruolo negli equilibri costruiti negli anni.

Via Cavour e le tangenti

Via Cavour è una strada che durante il giorno vive soprattutto dei suoi negozi, delle saracinesche alzate al mattino, dei clienti che entrano ed escono, dei fornitori che scaricano la merce e dei commercianti che trascorrono dietro un bancone gran parte della giornata, ed è dentro questa normalità, senza bisogno di cercare campagne isolate o luoghi appartati, che nelle ultime settimane si sarebbe consumata un’altra parte della storia.

Secondo le informazioni raccolte nel corso dell’inchiesta, sarebbero proprio “u Puorcu” e uomini dei Matriali a muoversi lungo via Cavour, entrando in alcuni esercizi commerciali e chiedendo agli esercenti il pagamento di somme di denaro, con visite che in alcuni casi si sarebbero ripetute e che, per chi passa sul marciapiede, potrebbero apparire come normali incontri tra persone che si conoscono, mentre per chi si trova dall’altra parte del bancone avrebbero tutt’altro significato.

Non servono necessariamente urla davanti ai clienti o minacce pronunciate ad alta voce, perché chi apre ogni mattina un negozio in quella strada sa chi ha davanti, conosce i nomi, le storie che circolano in città e ciò che quei nomi rappresentano, e la richiesta di denaro può così essere formulata senza che sia necessario accompagnarla ogni volta con un gesto violento, facendo pesare ciò che è accaduto prima, la reputazione di chi entra e la consapevolezza delle conseguenze che potrebbe avere un rifiuto.

Vista dalla strada, la scena potrebbe non avere nulla di eccezionale, perché uomini entrano in un’attività, rimangono qualche minuto, parlano con il titolare e poi tornano sul marciapiede per dirigersi verso un altro negozio, mentre dall’altra parte del bancone quella stessa scena assumerebbe un significato completamente diverso, perché il denaro non sarebbe richiesto come un favore né come il pagamento di un servizio, ma come qualcosa che deve essere consegnato.

Per chi attraversa via Cavour senza sapere cosa sta accadendo, forse è proprio questo l’aspetto più difficile da vedere, perché la vita continua, le attività restano aperte, i clienti entrano, le automobili passano e le persone camminano sul marciapiede, mentre tra una porta e l’altra si consumerebbe una riscossione che non ha bisogno di interrompere la normalità della strada per farsi capire da chi la subisce.

Il potere che si divide

A sette anni di distanza dal casolare sulla linea di confine tra Vittoria e Gela, ciò che emerge non assomiglia al dominio di un solo uomo, ma a un sistema nel quale uomini, merce, denaro e relazioni si muovono su piani differenti, con alcuni soggetti più legati al controllo del territorio, altri all’approvvigionamento e ai collegamenti e altri ancora alla gestione concreta di una parte degli affari.

Il gruppo Gurrieri avrebbe provato a inserirsi dentro questi equilibri, usando ordini, intimidazioni e aggressioni per risalire dagli spacciatori ai fornitori e conquistare uno spazio già occupato da altri, ma le informazioni raccolte nel corso dell’inchiesta non restituiscono l’immagine di una guerra aperta e generalizzata quanto piuttosto quella di uno scontro che, proprio perché rischiava di compromettere gli affari, avrebbe finito per produrre nuovi assestamenti.

Il casolare del 2019 torna inevitabilmente alla memoria, non perché sia necessario raccontare ancora una volta ciò che accadde al suo interno, ma perché quella casa costruita sul confine tra Vittoria e Gela continua a restituire l’immagine di un sistema nel quale uomini, droga, denaro e rapporti possono arrivare da direzioni diverse, incontrarsi per il tempo necessario e poi separarsi nuovamente, senza che tutto debba dipendere da un unico centro.

Sette anni dopo alcuni uomini sono usciti di scena, altri hanno conquistato spazio, qualcuno è stato arrestato e qualcun altro ha imparato a esporsi meno, ma il meccanismo rimane riconoscibile nella capacità di mettere insieme territorio, disponibilità della merce, relazioni e denaro, sfruttando una realtà economica nella quale molti movimenti possono confondersi con quelli della vita quotidiana.

Dentro questo quadro il progetto attribuito a Giovanni Gurrieri e agli uomini riuniti intorno a lui — Antonio Cilia, Capuzzello, Marco Romano e Domenico Cartisano — assume un significato più preciso, perché durante i circa trenta giorni compresi tra l’inizio di luglio e i primi giorni di agosto del 2026 il gruppo avrebbe scelto un metodo molto più esposto, fatto di uomini raggiunti sulla strada, ordini impartiti direttamente, aggressioni nelle abitazioni e violenza dentro un locale pubblico, entrando in collisione con equilibri che negli anni si erano costruiti proprio sulla possibilità di distribuire uomini e funzioni e di ridurre, per quanto possibile, l’esposizione.

Per capire fino in fondo che cosa stessero cercando di conquistare non basta però fermarsi ai pestaggi, agli ordini e alle aggressioni, perché bisogna risalire la filiera, seguire il denaro, capire chi può comprare la cocaina, chi può farla arrivare, quali rapporti portano verso Gela e dove il controllo della strada incontra davvero la disponibilità della merce, ed è da questo punto che partirà la sesta puntata.

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