Cronaca

Quando la protesta diventa visibile solo se fa paura

Gli scontri nelle piazze italiane non raccontano soltanto la violenza. Tra proteste studentesche, sfiducia nelle istituzioni e futuro incerto, una riflessione su ciò che accade quando il dissenso riesce a ottenere attenzione soprattutto attraverso la rottura.

3 Novembre 2026

Gli scontri nelle città italiane e le mobilitazioni che attraversano l’Europa raccontano qualcosa che va oltre la violenza. Tra una politica che fatica ad ascoltare e una generazione che vede restringersi le proprie possibilità, il conflitto diventa anche una questione di riconoscimento e di futuro.

Le immagini delle manifestazioni che a ottobre hanno attraversato diverse città italiane sembrano raccontare una storia già conosciuta. Vetrine infrante, oggetti scagliati contro le forze dell’ordine, barricate improvvisate, libri rovesciati sul pavimento di una libreria. Le scene si sono susseguite nei notiziari e sui social, accompagnate da parole altrettanto familiari: guerriglia, devastazione, teppisti, violenti. Il dibattito pubblico si è concentrato rapidamente sulla condanna, sulla necessità di ripristinare l’ordine e sull’individuazione dei responsabili. Poi, con il progressivo esaurirsi dell’attenzione mediatica, tutto sembra destinato a tornare alla normalità. Almeno fino alla manifestazione successiva.

C’è qualcosa di profondamente insufficiente in questo modo di raccontare ciò che accade. La gravità degli atti compiuti non è in discussione, così come la responsabilità di chi li ha commessi. Ma una società che si limita a condannare i comportamenti senza interrogarsi sulle condizioni nelle quali maturano finisce per rinunciare a comprenderli. Cercare una spiegazione non equivale a offrire una giustificazione. Significa riconoscere che un fenomeno collettivo non può essere ridotto alla somma delle responsabilità individuali, soprattutto quando si manifesta all’interno di mobilitazioni che esprimono domande politiche e sociali.

Le manifestazioni del 16 e 17 ottobre 2026 mostrano quanto questa distinzione sia necessaria. A Milano, migliaia di studenti hanno attraversato la città nel corteo «Nessuno è straniero», portando in piazza rivendicazioni relative alla scuola, al costo degli affitti e alle politiche di riarmo. Il giorno successivo, durante le mobilitazioni contro il carovita promosse da «Italia in Piazza», gli scontri hanno coinvolto Milano, Torino e Bologna. Erano manifestazioni differenti, per organizzazione e composizione, ma accomunate dalla presenza di molti giovani e da questioni che interrogano le loro condizioni di vita.

A Torino, secondo le cronache, alcuni manifestanti hanno cercato di allontanare persone incappucciate dal corteo. Un particolare che rivela quanto sia improprio descrivere l’intera mobilitazione come un insieme indistinto di persone accomunate dalle stesse intenzioni. Eppure, nel racconto pubblico, il comportamento più estremo diventa spesso la chiave attraverso la quale interpretare tutto il resto. Le rivendicazioni scompaiono dietro le immagini degli scontri e la discussione si sposta dalle ragioni del dissenso alle caratteristiche, vere o presunte, di chi lo esprime.

È in questo passaggio che la condanna rischia di trasformarsi in una semplificazione. Non ci si interroga più su ciò che ha portato migliaia di persone nelle piazze, ma sulla pericolosità di una categoria di giovani rappresentata attraverso le azioni di alcuni. Il conflitto sociale viene progressivamente tradotto in un problema di ordine pubblico, mentre la sua dimensione politica arretra fino a diventare quasi irrilevante.

Il silenzio che precede la rottura

Da anni gli studenti organizzano assemblee, occupano scuole, partecipano a cortei e avanzano richieste che riguardano l’istruzione, le condizioni degli edifici scolastici, il diritto allo studio, la precarietà e le prospettive lavorative. Sono forme di partecipazione che continuano a rappresentare strumenti importanti della vita democratica e che, in diverse circostanze, hanno contribuito a produrre cambiamenti. Resta però aperta una questione: quanto queste modalità riescono ancora a essere percepite dai giovani come strumenti capaci di incidere concretamente sulle decisioni politiche?

Una manifestazione può raccogliere migliaia di persone, attraversare ordinatamente una città e concludersi senza che le istituzioni sentano l’esigenza di aprire un confronto pubblico o fornire risposte verificabili. Le occupazioni scolastiche vengono spesso trattate prevalentemente come problemi disciplinari e organizzativi, mentre le rivendicazioni degli studenti rischiano di essere ricondotte a un’inquietudine giovanile destinata, prima o poi, a esaurirsi. La protesta viene riconosciuta come diritto, ma non necessariamente considerata come interlocuzione.

Permettere a qualcuno di parlare non equivale ad ascoltarlo, così come garantire formalmente il diritto di manifestare non significa attribuire un peso politico alle domande che attraverso quella manifestazione vengono espresse. Le istituzioni non sono tenute ad accogliere ogni rivendicazione, ma anche un rifiuto motivato, un confronto pubblico o l’assunzione di un impegno verificabile rappresentano modalità attraverso le quali il conflitto viene riconosciuto. Il silenzio, al contrario, può comunicare l’irrilevanza dell’interlocutore.

Quando questa esperienza si riproduce nel tempo, la partecipazione rischia di perdere parte della propria credibilità. La distanza tra la possibilità di esprimere il dissenso e quella di produrre conseguenze concrete può alimentare una convinzione pericolosa: che la protesta venga tollerata finché rimane sufficientemente composta da non modificare gli equilibri esistenti.

È possibile che proprio in questa percezione di inefficacia si collochi una parte della radicalizzazione che osserviamo. Se i canali ordinari non sembrano produrre risultati, la rottura della normalità può acquistare un’efficacia simbolica che la parola sembra avere perduto. Bloccare una strada, occupare uno spazio, infrangere una vetrina o provocare uno scontro sono comportamenti profondamente differenti, anche per gravità e conseguenze. In alcune circostanze condividono però la capacità di interrompere il funzionamento ordinario della vita collettiva, costringendo le istituzioni e l’opinione pubblica a reagire.

La storia dei movimenti sociali dimostra che la protesta nonviolenta può produrre trasformazioni profonde e durature. Le azioni distruttive, al contrario, possono compromettere il consenso costruito da una mobilitazione, allontanare possibili interlocutori e offrire argomenti a chi intende delegittimarla. Eppure, per chi ha maturato la convinzione di non avere strumenti efficaci per essere ascoltato, anche la semplice capacità di provocare una reazione può apparire come una forma di potere.

Una ricerca pubblicata nel 2019 su Comparative Political Studies da William Jennings e Clare Saunders offre un elemento significativo. Analizzando 48 grandi manifestazioni in nove Paesi, gli autori hanno osservato come la presenza di episodi violenti possa aumentare la copertura mediatica nel breve periodo, mentre l’ampiezza della partecipazione contribuisce a mantenerla più a lungo.

È un risultato che invita a distinguere tre dimensioni spesso sovrapposte: visibilità, ascolto e cambiamento. La prima riguarda la capacità di occupare lo spazio dell’informazione; il secondo richiede che le ragioni del dissenso vengano riconosciute come questioni politiche; il terzo implica che quel riconoscimento produca decisioni, risorse o trasformazioni istituzionali.

Un’azione violenta può raggiungere il primo obiettivo e compromettere gli altri due, spostando l’attenzione dalle rivendicazioni alla necessità di punire i responsabili. Si crea così un paradosso: la violenza riesce a rompere il silenzio, ma il rumore che produce può diventare tanto forte da coprire le ragioni che l’hanno preceduta.

Il problema riguarda allora anche il funzionamento di una democrazia nella quale il dissenso pacifico rischia di scivolare ai margini dell’agenda pubblica, mentre la sua manifestazione più distruttiva diventa immediatamente un’emergenza nazionale. La capacità di reagire al disordine non sembra sempre accompagnarsi a un’analoga disponibilità ad affrontare le questioni che alimentano il conflitto.

La promessa di un futuro sempre più incerto

Le proteste non si sviluppano in un vuoto sociale. I ragazzi che hanno attraversato quelle piazze sono cresciuti in un Paese che continua a chiedere loro di investire sul proprio futuro, mentre fatica a garantire le condizioni affinché quell’investimento possa tradursi in autonomia, opportunità e riconoscimento.

Nel 2024 l’Italia ha destinato all’istruzione il 4% del prodotto interno lordo, contro il 4,8% della media europea. Nello stesso anno, soltanto lo 0,7% della spesa pubblica complessiva è stato destinato ai servizi culturali, rispetto all’1% dell’Unione europea. Questi dati non descrivono necessariamente una riduzione continua degli stanziamenti, ma collocano il nostro Paese in una posizione di sottoinvestimento relativo nella formazione e nella cultura.

Nel 2025, inoltre, secondo Eurostat, il 13,3% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni non risultava inserito né nel lavoro né in un percorso di istruzione o formazione, a fronte di una media europea dell’11%. Il miglioramento rispetto agli anni precedenti è significativo, ma non elimina un divario che continua a incidere sulle prospettive di ingresso nella vita adulta.

Anche per chi studia, completa un percorso formativo e riesce a entrare nel mondo del lavoro, l’autonomia non rappresenta necessariamente un traguardo vicino. Il costo degli affitti, la precarietà occupazionale, la difficoltà di costruire una stabilità economica e le disuguaglianze familiari condizionano le possibilità di scegliere dove vivere, quale professione intraprendere e quando costruire un proprio progetto di vita.

La scuola chiede agli studenti di impegnarsi, rispettare le regole, acquisire competenze e prepararsi ad affrontare il domani. La società celebra il merito e la responsabilità individuale, invitando ciascuno a considerarsi protagonista del proprio destino. Tuttavia, quando le opportunità rimangono fortemente condizionate dalle risorse economiche e sociali della famiglia d’origine, il richiamo al merito rischia di perdere parte del proprio significato. La distanza tra ciò che viene richiesto e ciò che viene concretamente reso possibile diventa una frattura nella relazione fiduciaria tra generazioni.

Su questo scenario si proietta anche il contesto internazionale. Le guerre sono tornate a occupare stabilmente il dibattito pubblico europeo, mentre la possibilità di nuovi conflitti appartiene ormai anche alle prospettive politiche e strategiche del continente. Nel giugno 2025, i Paesi della NATO hanno assunto l’impegno di portare entro il 2035 al 5% del PIL la spesa annua destinata alla difesa e alle attività connesse alla sicurezza, comprendendo anche investimenti infrastrutturali e di resilienza.

Sono decisioni assunte in un quadro geopolitico complesso, nel quale esistono minacce reali e questioni di sicurezza che non possono essere ignorate. Il loro significato, tuttavia, non è soltanto economico. Le scelte di investimento pubblico raccontano anche quale idea di società si intende costruire e quali rischi vengono considerati prioritari.

Quando la preparazione militare e la deterrenza acquistano una centralità crescente, mentre le opportunità educative, culturali e sociali continuano a mostrare fragilità strutturali, diventa legittimo interrogarsi sulla gerarchia delle priorità. La sicurezza di un Paese dipende dalla capacità di proteggersi dalle minacce esterne, ma anche dalla solidità delle istituzioni democratiche, dalla coesione sociale e dalla fiducia che i cittadini ripongono nel proprio futuro.

Per un adolescente il futuro non è una categoria astratta. È la possibilità di immaginare una vita diversa da quella presente, di attribuire un significato ai sacrifici richiesti e di credere che il proprio impegno possa modificare almeno in parte le condizioni dalle quali proviene. Quando questa possibilità si indebolisce, la protesta può diventare qualcosa di più di una richiesta di risorse o servizi. Può esprimere il rifiuto di una distribuzione intergenerazionale delle opportunità percepita come ingiusta, nella quale le decisioni sul domani vengono assunte da chi difficilmente dovrà viverne tutte le conseguenze.

La questione, del resto, non riguarda soltanto l’Italia. In Francia, tra settembre e ottobre, le proteste nate dalla contestazione delle condizioni scolastiche e della carenza di risorse si sono progressivamente intrecciate con mobilitazioni più ampie contro il costo della vita, le disuguaglianze e l’indebolimento dei servizi pubblici. Il 17 ottobre 2026 centinaia di migliaia di persone hanno attraversato le piazze francesi. Accanto a manifestazioni pacifiche si sono registrati scontri, incendi e danneggiamenti, che hanno finito per occupare gran parte del dibattito pubblico. Anche in Belgio, tra Bruxelles e Liegi, le mobilitazioni studentesche contro le politiche di austerità e le condizioni dell’istruzione hanno registrato tensioni con le forze dell’ordine.

Sono contesti differenti, con sistemi educativi, tradizioni politiche e condizioni economiche che non possono essere sovrapposti. Eppure, questi movimenti rendono visibile una questione comune: la difficoltà crescente di una parte delle nuove generazioni a riconoscere nei percorsi istituzionali e sociali esistenti strumenti sufficienti per incidere sul proprio presente.

Non è necessario immaginare un’unica regia politica o attribuire ai diversi movimenti una medesima identità ideologica. Le appartenenze alla destra e alla sinistra continuano a esistere e a influenzare le mobilitazioni, ma non esauriscono il significato di un conflitto che nasce anche da condizioni materiali, esperienze di precarietà e aspettative frustrate. Per molti giovani, prima ancora che l’affermazione di un’identità partitica, la protesta riguarda il rapporto tra le possibilità che la società promette e quelle che riesce effettivamente a garantire.

È un conflitto profondamente politico, anche quando non si esprime attraverso programmi strutturati o interlocutori tradizionali. Riguarda la distribuzione delle risorse, l’accesso alle opportunità e il riconoscimento del diritto a partecipare alle decisioni collettive. La sua dimensione politica, quindi, non dipende esclusivamente dal livello di consapevolezza ideologica dei singoli partecipanti, ma anche dalle questioni sociali e istituzionali che attraverso la mobilitazione vengono rese visibili.

Ed è proprio questo rapporto tra partecipazione, accesso alle opportunità e strumenti di emancipazione che rende particolarmente interessante una delle immagini più controverse delle recenti manifestazioni italiane.

I libri per terra e il paradosso della cultura

Tra le immagini degli scontri di Torino, una in particolare merita attenzione: quella della libreria Feltrinelli, all’interno della stazione di Porta Nuova, con libri gettati sul pavimento e scaffali danneggiati.

Colpire una libreria appare un gesto particolarmente contraddittorio quando nelle piazze si rivendicano anche maggiori investimenti nell’istruzione e nella cultura. Distruggere libri non amplia l’accesso alla conoscenza e non abbiamo elementi per sostenere che chi ha compiuto quell’azione intendesse contestare consapevolmente un modello economico o culturale. Ma i luoghi nei quali si sviluppano i conflitti possiedono significati che possono andare oltre le intenzioni dei singoli protagonisti.

Feltrinelli rappresenta una storia editoriale profondamente legata alla diffusione delle idee e alla partecipazione al dibattito politico italiano. Allo stesso tempo è una grande realtà commerciale, inserita nei meccanismi del mercato editoriale e della distribuzione. Una libreria di questo tipo è contemporaneamente un luogo di conoscenza e uno spazio di consumo, un presidio culturale e un’impresa economica.

Questa duplice natura racconta una delle tensioni che attraversano le società contemporanee: la cultura viene riconosciuta come una risorsa fondamentale per l’emancipazione individuale e collettiva, mentre una parte significativa dei percorsi attraverso i quali si acquisisce, si approfondisce e si valorizza dipende dalle disponibilità economiche. Il costo degli studi, dei materiali didattici, della formazione specialistica e delle esperienze culturali contribuisce a determinare opportunità differenti tra giovani che formalmente godono degli stessi diritti.

La conoscenza dovrebbe rappresentare uno degli strumenti attraverso i quali ridurre le disuguaglianze, ma rischia di diventare essa stessa un terreno sul quale quelle disuguaglianze si riproducono. Il problema non è la commercializzazione dei libri in quanto tale, bensì la distanza tra il valore universale che attribuiamo alla cultura e le condizioni materiali che ne regolano l’accessibilità.

L’immagine dei libri sparsi sul pavimento può allora essere letta, indipendentemente dalle intenzioni di chi ha compiuto il gesto, come una rappresentazione particolarmente amara di questa tensione. Da un lato una società che dichiara la cultura indispensabile alla crescita dei propri giovani; dall’altro condizioni che continuano a limitarne le possibilità e alcuni di quegli stessi giovani che arrivano a colpire uno dei luoghi della sua diffusione.

Il danneggiamento non costituisce una risposta coerente a questa contraddizione. Semmai ne restituisce tutta l’asprezza: nel tentativo di rompere un ordine percepito come ingiusto, si finisce per danneggiare anche ciò che potrebbe offrire strumenti per comprenderlo e trasformarlo.

Ed è forse proprio questa l’immagine più difficile da liquidare. La distruzione di un luogo della cultura pone una domanda sul rapporto che una parte delle nuove generazioni intrattiene con gli strumenti attraverso i quali la società promette emancipazione e cambiamento. Un rapporto nel quale il valore attribuito alla conoscenza rischia di entrare in conflitto con l’esperienza concreta delle opportunità che quella conoscenza dovrebbe rendere possibili.

La responsabilità che resta fuori dall’inquadratura

Quando un ragazzo danneggia una vetrina o aggredisce un agente, lo sguardo si concentra inevitabilmente sulla sua condotta. È giusto che accada. La responsabilità individuale costituisce un presupposto della convivenza democratica e non può essere cancellata attraverso il richiamo alle condizioni sociali. Ma fermarsi a questo livello significa rinunciare a osservare il rapporto tra comportamento individuale e contesto collettivo.

Le istituzioni, il mondo dell’istruzione, il sistema politico e i mezzi di informazione contribuiscono a definire gli spazi attraverso i quali una persona impara a esprimere il dissenso, a riconoscere l’autorità e a considerarsi parte di una comunità. Quando quei contesti vengono percepiti come distanti, indifferenti o incapaci di offrire risposte, la relazione tra individuo e società può progressivamente indebolirsi.

Il rischio aumenta se la reazione adulta consiste soprattutto nell’attribuire ai giovani un’identità costruita intorno al comportamento che si intende contrastare.

La sociologia della devianza ha mostrato quanto i processi di etichettamento possano incidere sul rapporto tra una persona e il contesto sociale. Quando un’identità negativa viene attribuita dall’esterno e costantemente ribadita, può contribuire a irrigidire i comportamenti, alimentare la distanza dalle istituzioni e ridurre gli spazi di riconoscimento reciproco.

Descrivere sistematicamente una parte dei giovani come violenta, irresponsabile o estranea alla convivenza civile rischia allora di consolidare proprio quella contrapposizione che si vorrebbe superare. Il comportamento diventa un’identità, l’episodio una caratteristica permanente, la protesta una prova dell’inadeguatezza di un’intera generazione.

Questo meccanismo non spiega da solo le violenze nelle piazze, ma aiuta a comprendere perché le rappresentazioni pubbliche non siano mai del tutto neutrali. Il linguaggio attraverso il quale una società descrive i propri giovani contribuisce anche a definire il posto che è disposta a riconoscere loro.

Esiste inoltre una responsabilità propriamente istituzionale, che non riguarda soltanto la gestione delle manifestazioni o la prevenzione degli scontri. Riguarda la capacità di rendere la partecipazione democratica un’esperienza credibile, nella quale le richieste possano incontrare interlocutori riconoscibili e produrre un confronto sulle decisioni collettive.

Una politica che risponde al dissenso prevalentemente quando questo assume forme distruttive corre il rischio di rafforzare la percezione che la rottura sia più efficace della partecipazione. La repressione degli atti violenti può essere necessaria, ma da sola non ricostruisce la fiducia, non riduce le disuguaglianze e non restituisce credibilità agli strumenti attraverso i quali i cittadini dovrebbero poter incidere sulle scelte pubbliche.

Una democrazia dovrebbe saper intervenire prima che il conflitto si trasformi in emergenza, non per impedire che venga espresso, ma per riconoscerlo come una componente ordinaria della vita collettiva. Il dissenso non rappresenta necessariamente un fallimento della convivenza democratica. Può costituire, al contrario, uno degli strumenti attraverso i quali una società riconosce le proprie contraddizioni e prova a trasformarle.

Se però le domande rimangono prive di interlocuzione, mentre le risposte arrivano soprattutto davanti ai comportamenti più estremi, il rischio è che quella distanza continui ad ampliarsi. Ogni nuova manifestazione diventerà l’occasione per riprodurre lo stesso copione: indignazione, condanna, richiesta di pene più severe e progressiva scomparsa delle questioni che avevano attraversato le piazze.

Le vetrine infrante possono essere riparate, i danni quantificati, le responsabilità accertate. Molto più difficile è ricostruire la fiducia di una generazione che comincia a convincersi che la propria voce non abbia alcun peso sulle decisioni che ne condizionano il futuro.

Forse la domanda più importante che questi disordini ci consegnano non riguarda soltanto come impedire che alcuni ragazzi tornino a distruggere una città, ma che cosa sia stato fatto per ascoltarli prima che arrivassero a considerare la distruzione un modo per essere visti.

Perché una democrazia che si accorge del disagio soltanto quando diventa una minaccia non ha soltanto un problema di ordine pubblico. Ha anche un problema di rappresentanza, di fiducia e di futuro.

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