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Partiti e politici

Il pensiero “fracico” del PD

di Oscar Nicodemo

I flussi elettorali degli ultimi anni rivelano una forte tenuta del centrosinistra nei quartieri centrali e benestanti, a fronte di maggiori difficoltà o avanzate delle destre e dei movimenti populisti nelle periferie romane.

16 Ottobre 2026

Nel contesto della geografia urbana e sociopolitica della Capitale, i quartieri di Roma Nord (come i Parioli, Prati, Vigna Clara, Flaminio o la Camilluccia) sono storicamente associati alle classi sociali più abbienti, all’alta borghesia: qui si muove la sinistra che conta, detta l’agenda, stabilisce riferimenti. Contestare alla dirigenza e al clan culturale del partito di essersi progressivamente allontanati dalle periferie storiche e dalla realtà sociale, radicandosi invece nei quartieri della ZTL e del benessere economico, è un esercizio che andrebbe ripetuto a ogni piè sospinto tra i corifei del “decadentismo fluttuante” annidato nel PD. Inutile dilungarsi, qui, sul progressismo da salotto concentrato sulle battaglie civili e cosmopolite, a scapito delle questioni materiali ed economiche che toccano i ceti meno abbienti, o sull’incertezza cronica e l’assenza di punti di riferimento stabili del partito.

Se andiamo a guardare i flussi elettorali degli ultimi anni, noteremo una forte tenuta del centrosinistra nei quartieri centrali e benestanti, a fronte di maggiori difficoltà o avanzate delle destre e dei movimenti populisti nelle periferie romane. Non mi pare che sul punto sia stato mai avviato un dibattito responsabile e coscienzioso, all’interno della stessa sinistra, come autocritica rispetto alla necessità di ritrovare un contatto diretto con i bisogni delle fasce sociali più vulnerabili. Un forte paradosso attraversa il nostro paese, che pur interessato da disuguaglianze economiche in crescita e una dimensione permanente del precariato, diventata ormai una condizione esistenziale, vede le forze cosiddette progressiste incapaci di mobilitarsi e organizzare un autentico fronte popolare capace di tradurre il disagio sociale in consenso politico. Tentare di capire perché questo fronte di sostegno non si formi, o si sia sfaldato alla scorsa prova elettorale, era, in teoria, l’argomento che la classe intellettuale “de sinistra” avrebbe dovuto affrontare, se solo non fosse intenta a vanagloriarsi nella varietà dei programmi televisivi, preferendo la visibilità dei talk alla ricerca di soluzioni concrete per i problemi quotidiani delle persone. I fini pensatori “de sinistra” che ci ritroviamo, tra opinionisti, politici e scrittori, si sono trasformati in “personaggi” per mantenere la propria presenza mediatica, rinunciando all’approfondimento. Pertanto, il fine ultimo del loro impegno è la creazione di una “bolla” autoreferenziale, in cui le discussioni rimangono puramente più o meno teoriche, perdendo di mira i bisogni reali e pratici della gente comune.

Come evidenziato da ampie analisi sui flussi elettorali, la sinistra ha progressivamente spostato il proprio asse di rappresentanza verso chi esce meglio dai processi di globalizzazione: professionisti urbani, dipendenti del settore pubblico ad alta qualifica e ceti intellettuali. La sterzata ha creato una profonda incomunicabilità con gli “sconfitti” della transizione economica, come gli operai della manifattura, artigiani, piccoli commercianti e lavoratori occasionali. Un “fronte popolare” richiederebbe un’identità condivisa e radicata in grandi obiettivi materiali: salari, sanità pubblica, scuola, redistribuzione fiscale. Al contrario, la sinistra odierna appare spesso frammentata in un arcipelago di micro-battaglie identitarie e diritti individuali che, pur sacrosanti, non riescono a fare massa critica. Senza una linea economica forte e universale, l’unico vero collante che unisce i vari partiti progressisti diventa il voto tattico contro l’avversario (l’antifascismo o l’anti-destra). Ma l’unità costruita per rigetto non è un progetto di governo, ma un cartello elettorale fragile che si dissolve non appena si passa dalle piazze alle aule parlamentari, dove emergono divisioni nette su temi chiave come la politica estera, il lavoro, le tasse. Unire sigle diverse per sbarrare la strada alle destre è una strategia difensiva efficace nel breve periodo, ma non risolve la crisi di fiducia profonda che allontana i ceti disagiati dalle urne, spingendoli verso l’astensionismo. Finché la sinistra non accetterà di abbandonare i rassicuranti salotti per tornare a sporcarsi le mani con i conflitti reali del lavoro, della precarietà e dello sviluppo economico periferico, qualunque fronte di sostegno abbia in mente rimarrà un’operazione di ingegneria elettorale. E si avrà un blocco antifascista, forse, certamente anti-destra, ma drammaticamente privo di unità popolare.
Pd politica italiana sinistra
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