Costume

I libri per terra e le voci che il centro non ascolta

Libri calpestati nelle Feltrinelli: non solo vandalismo, ma la frattura tra centro e periferia. Il libro come privilegio del centro, mentre microeditoria, fanzine e culture di margine restano invisibili.

22 Ottobre 2026

Le immagini dei libri rovesciati e calpestati nelle librerie Feltrinelli hanno prodotto in Italia una reazione quasi liturgica: lo sgomento, le condanne, i post commossi, l’invocazione della civiltà. Pochi giorni dopo Alberto Guidetti in questa sua riflessione ha colto con precisione una parte del paradosso: per decenni rubare libri è stato tollerato, quando non celebrato, purché lo facessero i figli “giusti”. Il tascabile infilato sotto il giubbotto alla Feltrinelli di via del Babuino (o nelle migliaia di librerie esistenti in giro per l’Italia frequentate da orde di fuorisede affamati di cultura e non solo) era un rito di iniziazione politica, un esproprio gentile, una birichinata colta. Lo stesso gesto, compiuto da un corpo giovane, povero, periferico o semplicemente percepito come estraneo al centro, diventa profanazione. Guidetti ha ragione: non giudichiamo i gesti, giudichiamo le persone che li compiono. Ma la sua riflessione può essere spinta oltre. Perché il libro, in Italia, non è soltanto un simbolo di classe. È anche un dispositivo geografico: decide chi sta al centro, chi resta ai margini e quali forme di cultura hanno il diritto di essere chiamate cultura.

La prima cosa da dire è che il libro italiano non sta morendo. Sta diventando più selettivo. Secondo l’Istat, nel 2024 il 57,1 per cento delle persone di sei anni e più ha letto almeno un libro nell’arco di dodici mesi; oltre 23 milioni dichiarano di non averne letto nessuno. Non siamo dunque un paese dove “non si legge”, ma un paese dove si legge poco, in modo diseguale e spesso per obbligo. L’AIE, con un criterio più ampio che include e-book e audiolibri, conta 33,9 milioni di lettori tra i 15 e i 74 anni nel 2025. Il dato non cancella il problema: lo rende più preciso. La frattura non è tra chi legge e chi non legge, ma tra chi ha tempo, denaro, istruzione, spazi e sicurezza per fare della lettura una pratica propria, e chi invece la vive come un test di ammissione a un mondo che non lo riconosce.

In questo senso la “sacralità del libro” è un fenomeno ambiguo. Non sopravvive nonostante il basso consumo: campa anche grazie a esso. Un oggetto diventa segno di appartenenza quando è abbastanza raro da tracciare un confine. Il libro funziona come un diploma simbolico portatile: non certifica soltanto che si è letto, ma che si appartiene alla parte civile, educata, legittima del paese. Per questo la sua profanazione ferisce più di molte altre ingiustizie. Il libro strappato tocca un’identità; il lavoratore precario dello stesso negozio tocca un interesse, ma uno meno fotogenico. E così milleduecento persone in sciopero possono produrre meno indignazione pubblica di un espositore ribaltato.

Ma c’è un secondo livello, che la discussione sull’episodio alla Feltrinelli di Milano rischia di oscurare: il libro visibile non tutto è il libro che esiste in Italia. Il mercato italiano vale circa 1,8 miliardi di euro e conta 4.451 librerie, però l’83 per cento dei comuni italiani non ne ha nemmeno una. La cultura cartacea non è distribuita sul territorio: è concentrata dove c’è già densità urbana, reddito, istruzione e pubblico. La libreria del centro non è soltanto un luogo simbolico; è anche un privilegio infrastrutturale. Chi vive in un comune senza librerie non ha soltanto meno possibilità di comprare un libro: ha meno occasioni di incontrarlo, sfogliarlo, sentirsi autorizzato a entrarvi.

A questo si aggiunge la concentrazione dell’industria. Nel 2025 i quattro principali gruppi editoriali — Mondadori, GeMS, Giunti e Feltrinelli — pesano circa il 55 per cento del mercato trade, e Mondadori da sola il 28,3 per cento. Le librerie fisiche restano il canale principale, con il 55,5 per cento delle vendite nei primi nove mesi dell’anno. Il libro che vediamo sui tavoli delle novità non è soltanto il libro “più importante”: è il libro che ha avuto un editore forte, una distribuzione, una campagna, uno spazio negoziato e un pubblico già predisposto. La vetrina non è neutrale. È una gerarchia resa visibile.

Eppure, fuori da quella gerarchia, l’Italia produce moltissimo. Nel 2024 sono stati pubblicati 85.872 titoli cartacei, di cui il 16 per cento autopubblicati. Nel 2025 le autopubblicazioni salgono a 13.997 titoli, ma generano appena 18,7 milioni di euro: l’1,3 per cento del mercato. È il paradosso di un paese che produce una quantità enorme di libri e ne rende visibilissimi pochissimi. Intorno alle grandi case editrici esiste un intero strato di microeditoria, autoproduzione, fanzine, riviste fotocopiate, pamphlet, archivi di quartiere, edizioni di collettivi, pubblicazioni senza ISBN o con un ISBN del tutto irrilevante. Non è “anti-cultura”. È spesso cultura prima della sua trasformazione in merce: cultura che circola per passaggio diretto, per regali, per eventi, per comunità, non per posizionamento in vetrina.

Qui la periferia non è assenza. È un altro modo di produrre. La periferia ha fanzine, cantieri poetici, biblioteche di quartiere, circoli, oratori, centri sociali, archivi migranti, riviste locali, gruppi online, botteghe, cori, compagnie teatrali, registrazioni fatte in casa. Produce con pochi soldi, spesso senza riconoscimento, talvolta senza neppure l’ambizione di entrare nel mercato. Il suo problema non è la mancanza di desiderio culturale: è l’assenza dei dispositivi che trasformano una pratica in legittimità. La recensione, il premio, il festival, la trasmissione, la libreria, il finanziamento. Il centro non possiede tutta la cultura, ma possiede gli strumenti per decidere quale cultura conta.

Per trent’anni la politica culturale italiana ha risposto a questa frattura con i simboli. Bonus cultura, biblioteche aperte la sera, campagne di promozione della lettura, cento euro di libri invece di cento euro nelle tasche delle famiglie. Sono strumenti utili, ma diventano mistificatori quando vengono presentati come rimedio alla povertà, all’isolamento, alla precarietà. La cultura non è un farmaco somministrato dall’esterno a una società malata. È un prodotto delle condizioni materiali in cui le persone vivono. Senza casa, reddito, trasporti, tempo libero e luoghi in cui stare, la lettura non è un’opportunità: è un’altra prova che quasi tutti falliscono. E chi la fallisce non viene visto come escluso, ma come inferiore.

Il punto, allora, non è difendere il libro contro chi lo calpesta. È difendere le condizioni che rendono possibile una vita culturale: salari, contratti, biblioteche, trasporti, spazi di aggregazione, tempo non mercificato, accesso reale alla produzione e non soltanto al consumo. Difendere il libro significa anche riconoscere che il testo più importante di una periferia può non essere il romanzo esposto in una catena del centro. Può essere la fanzine di un collettivo, l’archivio di una comunità, il libretto di una banda, il diario di un’occupazione, la rivista di un circolo, il materiale che un gruppo di ragazzi produce sui telefoni. Non perché il romanzo non valga, ma perché la cultura non comincia quando viene convalidata dal centro.

Le immagini delle Feltrinelli devastate dicono qualcosa di vero: c’è rabbia, c’è rottura, c’è un paese che non riesce più a tenere insieme le sue parti. Ma la risposta non può essere soltanto il lutto per la vetrina. Se il libro resta un distintivo del centro, la sua profanazione scandalizzerà sempre più della precarietà di chi lo vende, dell’invisibilità di chi lo produce e dell’esclusione di chi non è mai stato invitato a entrarci. La domanda non è soltanto perché alcuni buttano i libri per terra. È perché una società che produce decine di migliaia di titoli all’anno continua a decidere, dal centro, chi ha il diritto di chiamarsi lettore — e chi deve restare fuori dall’inquadratura.

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