Scuola
Il PD di Como e la scuola pubblica: declino morbido della democrazia?
Il PD di Como, come quello nazionale, non ha un programma per la scuola pubblica
1. “Uno non vale uno”
Ho ascoltato, prendendo appunti, l’incontro che il Partito democratico ha dedicato venerdì 2 ottobre alla scuola, considerata tanto sul piano nazionale quanto su quello locale.
La sala ospitava circa quaranta persone, una decina delle quali esterne al partito: esponenti di altre forze politiche, giornalisti e osservatori. Erano presenti alcuni militanti, in gran parte i consueti, diversi dirigenti del PD locale, alcuni membri della dirigenza della CGIL, insegnanti e rappresentanti delle associazioni dei genitori. Tra i relatori figuravano l’on. Braga, intervenuta sulle politiche scolastiche del governo, e la segretaria provinciale della FLC-CGIL. Nel complesso, una fotografia della forza organizzativa che il PD riesce oggi a mobilitare a Como intorno alla scuola.
La sensazione è stata quella di trovarsi davanti a un’organizzazione convinta di avere già individuato i punti fondamentali del programma scolastico da proporre all’intera coalizione del centrosinistra. “Uno non vale uno”, lo slogan adoperato dalla segretaria Schlein per affermare l’egemonia del PD all’interno della coalizione, esprime un dato originario del modus operandi democratico. Costituisce anche una delle debolezze più evidenti di quel modus, ma non per questo, purtroppo, risulta facile da eliminare.
Numerosi sono stati gli argomenti affrontati nel momento del “microfono aperto”, organizzato attraverso interventi programmati. I protagonisti del mondo scolastico appaiono coinvolti in una quantità di micro provvedimenti amministrativi dei quali faticano a cogliere il disegno complessivo. Alla frammentazione delle decisioni non riescono ancora a contrapporre una rappresentazione altrettanto chiara e programmatica dei bisogni collettivi. Gli insegnanti intervenuti hanno tuttavia chiaro un dato di fatto ai più sconosciuto: chiudere una scuola è come distruggere una foresta; ne consegue un arido deserto.
2. Il calo demografico trasformato in destino
La linea politica emersa a livello locale può essere sintetizzata in pochi punti: il metodo di governo dovrebbe fondarsi sull’ascolto e sul confronto tra Comune, istituzioni scolastiche e famiglie; ogni “razionalizzazione” dovrebbe essere preceduta dalla predisposizione di soluzioni alternative, evitando di precipitare le famiglie nel caos; gli eventuali trasferimenti degli studenti dovrebbero tenere conto dei trasporti e delle distanze.
Si tratta di indicazioni ragionevoli, ma del tutto insufficienti a delineare una politica scolastica. La segretaria della FLC-CGIL, per esempio, ha ricordato, molto timidamente, il carattere ormai strutturale del precariato degli insegnanti, senza però sviluppare una riflessione capace di collegare il livello nazionale a quello locale.
Il primo problema è forse il più importante. Il calo demografico viene dato per scontato, insieme alla conseguente necessità di “razionalizzare”. E poiché, nel linguaggio amministrativo, razionalizzare significa quasi sempre accorpare, trasferire o chiudere, si finisce per considerare inevitabile la soppressione di alcune scuole.
In questo modo il PD, paradossalmente, accetta la premessa fondamentale del ragionamento di Rapinese, il sindaco di Como che ha preparato un “piano scuole” volto a un drastico ridimensionamento delle medesime. Discute i modi e i tempi delle chiusure, reclama maggiore ascolto e chiede che siano predisposte soluzioni alternative, ma non mette realmente in discussione l’idea che il calo degli iscritti debba tradursi automaticamente in una riduzione dell’offerta scolastica pubblica.
È precisamente questa equivalenza che andrebbe contestata (si legga questo mio articolo). Una diminuzione del numero degli studenti potrebbe essere interpretata non soltanto come un vincolo contabile, ma anche come l’occasione per ridurre il numero di alunni per classe, ampliare il tempo scolastico, rafforzare i servizi educativi, recuperare gli studenti più fragili e migliorare la qualità dell’insegnamento. La demografia non prescrive una politica: offre dati che possono essere governati secondo orientamenti politici differenti.
Considerare inevitabili le chiusure significa invece trasformare una scelta politica in un destino naturale. Su questo punto la distanza tra il PD e Rapinese appare assai meno profonda di quanto lascerebbe supporre la polemica pubblica, pur molto aspra.
3. L’edilizia scolastica e la responsabilità dell’austerità
Il secondo grande assente è stato il grave stato dell’edilizia scolastica. Si tratta di una delle poche argomentazioni serie utilizzate da Rapinese: molti edifici richiedono interventi importanti e alcuni presentano problemi che non possono essere ignorati.
Proprio per questo sarebbe stato necessario affrontare la questione fino in fondo. Da quanto tempo non si costruisce una nuova scuola pubblica a Como? Quali investimenti sarebbero necessari per riportare gli edifici esistenti a condizioni soddisfacenti? Quale programma pluriennale potrebbe consentire di rinnovare il patrimonio scolastico senza ridurlo? E, soprattutto, attraverso quali risorse? Dossier in proposito non sono stati distribuiti.
Da un partito che ha condiviso, e sotto molti aspetti continua a condividere, le politiche di austerità responsabili del mancato rinnovo del patrimonio scolastico e dell’insufficienza della manutenzione, ci si sarebbe aspettati un ripensamento serio. Non basta denunciare gli effetti presenti senza interrogarsi sulle decisioni che li hanno prodotti.
Con la segreteria di Schlein, alla quale l’on. Braga appare politicamente vicina, ci si poteva attendere un cambio di passo. Nell’incontro, tuttavia, questo cambiamento non è emerso. Nell’intervento dell’on. Braga non si è delineato un programma scolastico riconoscibile per la coalizione nazionale. Alcuni partecipanti hanno posto, sia pure timidamente, i temi degli asili nido, del calo demografico e della precarietà degli insegnanti. Su nessuno di questi punti è stata però presentata una proposta nazionale chiara e decifrabile.
4. Rapinese non è privo di strategia
Il terzo punto riguarda l’interpretazione dell’azione di Rapinese. Nelle analisi del PD, il sindaco appare spesso come un amministratore privo di una strategia complessiva, dominato da un atteggiamento estemporaneo, autoritario e personale.
Ritengo che sia necessaria una analisi più approfondita. Rapinese svolge la funzione di “liquidatore immobiliare” di una progressiva dismissione della scuola pubblica realizzata, in forme diverse, durante la Seconda Repubblica, in modo bipartisan (destra e sinistra). Il riferimento alla sua attività professionale non costituisce un dettaglio biografico, ma aiuta a comprendere il linguaggio attraverso il quale il sindaco interpreta la città: immobili da valorizzare, costi da comprimere, servizi da concentrare, strutture considerate poco efficienti da dismettere.
Se per decenni si lasciano deteriorare le scuole, si riducono gli investimenti e si approvano riforme che dimenticano sistematicamente gli insegnanti e il personale scolastico, prima o poi arriva qualcuno che trae le conclusioni estreme di questo processo e decide di chiudere ciò che è stato lasciato deperire.
Rapinese non inventa dal nulla la crisi della scuola pubblica comasca. La conduce alle sue conseguenze più radicali. In questo senso non rappresenta una rottura assoluta con le politiche precedenti, ma la loro accelerazione e, per molti aspetti, il loro compimento.
Sorprendersi oggi delle chiusure, senza ricostruire la lunga storia politica che le ha rese possibili, è quantomeno retorico. Se poi questa storia è stata costruita anche con il contributo delle forze che ora protestano, la retorica rischia di trasformarsi in rimozione delle responsabilità.
5. La “larvata dittatura” prevista da Calamandrei
Il quarto problema riguarda il rapporto tra scuola pubblica, autoritarismo e democrazia. Pietro Calamandrei aveva previsto con straordinaria lucidità che una nuova forma di autoritarismo avrebbe potuto prendere di mira proprio la scuola pubblica. Non necessariamente attraverso una soppressione immediata, ma mediante un processo graduale: trascurarla, screditarla, impoverirla e, contemporaneamente, favorire la scuola privata, soprattutto quella più vicina ai gruppi politici e sociali dominanti. «Cominceranno a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle», avvertiva Calamandrei; parallelamente, si sarebbe cominciato a «favorire le scuole private», soprattutto quelle prossime al partito dominante (P. Calamandrei, Per la scuola, Sellerio, 2026, pp. 93-94).
Calamandrei parlava di una possibile “larvata dittatura”: non un potere che abolisce formalmente le istituzioni democratiche, ma un processo che lentamente le svuota, sottraendo loro risorse, autorevolezza e funzioni. La scuola pubblica costituisce un bersaglio decisivo proprio perché possiede caratteristiche che la scuola privata, per sua natura, non può garantire nello stesso modo: libertà di insegnamento, universalità dell’accesso, pluralismo, laicità, incontro tra gruppi sociali differenti e costruzione di una cittadinanza comune.
Il problema non riguarda soltanto la destra. Il PD, profondamente segnato dalla cultura politica cattolica e dalla sua particolare attenzione per le scuole confessionali, conserva una notevole ambivalenza nel rapporto tra scuola pubblica e scuola privata. Attraverso il richiamo alla “parità scolastica”, categoria tanto discussa quanto politicamente controversa, ha progressivamente rinunciato a fare del rafforzamento della scuola pubblica una propria discriminante fondamentale.
Quando la distinzione tra pubblico e privato viene attenuata fino quasi a scomparire, anche il declino della scuola pubblica rischia di essere percepito come un semplice riassetto dell’offerta educativa. Ma la scuola pubblica non è uno dei tanti soggetti presenti nel mercato dell’istruzione: è una delle istituzioni costitutive della democrazia repubblicana. E’ un “organo costituzionale”, nelle parole di Calamandre (p. 84)
6. Una democrazia ridotta all’attesa delle elezioni
Il quinto punto è stato sollevato da uno degli interventi (una insegnante) e possiede un rilievo istituzionale che va ben oltre la politica scolastica. È stato osservato che non esiste alcun modo per fermare Rapinese, se non sconfiggerlo alle elezioni.
L’affermazione fotografa uno dei maggiori problemi istituzionali dell’Italia contemporanea. Le riforme che hanno introdotto l’elezione diretta del sindaco e rafforzato gli esecutivi comunali hanno prodotto una situazione che a Como, come in molte altre città, è ormai evidente: una volta espresso il voto, il cittadino dispone di pochissimi strumenti per incidere sulle decisioni politiche fino alla consultazione successiva.
È questa la democrazia che vogliamo? Una democrazia nella quale il cittadino sceglie periodicamente un “capo” dell’amministrazione e, tra un’elezione e l’altra, può soltanto protestare, presentare ricorsi o attendere?
Molti denunciano la mancanza di dialogo della giunta Rapinese. Altri ricordano che, in alcune circostanze, soltanto il ricorso al TAR è riuscito a fermarne le decisioni. Ma proprio questa constatazione dovrebbe suscitare una domanda più radicale: è accettabile che la tutela della partecipazione politica debba essere affidata prevalentemente alla giustizia amministrativa? Non sarebbe necessario ripensare il sistema elettorale comunale e gli strumenti di controllo democratico sull’esecutivo?
Anche su questo terreno sarebbe stata auspicabile da parte del PD una riflessione autocritica e propositiva. Quelle riforme istituzionali non sono cadute dal cielo: sono state promosse nel clima politico della Seconda Repubblica, quando la governabilità, la personalizzazione del potere e l’investitura diretta dell’esecutivo venivano presentate come rimedi universali alla crisi della rappresentanza. E, come sappiamo, il tema ora potrebbe sfuggire di mano, per così dire, cioè potrebbe costituire una seria incrinatura della natura della Repubblica.
Il risultato è un sistema nel quale all’elettore viene richiesta una sorta di fiducia cieca nei rappresentanti che può scegliere in un determinato momento. Le modalità stesse attraverso le quali tale scelta viene esercitata hanno progressivamente eroso la rappresentatività delle istituzioni. In proposito sarebbe sufficiente rileggere le sentenze della Corte costituzionale in materia elettorale, che hanno più volte richiamato l’esigenza di un corretto equilibrio tra governabilità e rappresentanza.
7. Declino morbido della democrazia?
Dall’incontro del PD è emersa una sincera preoccupazione per le conseguenze delle politiche di Rapinese, ma non ancora una visione alternativa all’altezza della crisi. Si chiede più ascolto, si invoca una migliore organizzazione dei trasferimenti e si reclama maggiore attenzione per le famiglie. Non si mette però in discussione il presupposto secondo il quale il calo demografico debba comportare la riduzione della scuola pubblica. Non si propone un piano straordinario per l’edilizia scolastica. Non si richiama la necessità di valorizzare, anche sul piano retributivo, il personale docente e ATA. Non si ricostruiscono le responsabilità delle politiche di austerità. Non si chiarisce il rapporto tra scuola pubblica e scuola privata. Non si affronta la crisi degli strumenti democratici di controllo sul governo cittadino.
Il rischio è che il centrosinistra si limiti a proporre una gestione più educata, dialogante e socialmente attenta dello stesso processo di ridimensionamento. Una razionalizzazione accompagnata dall’ascolto resta pur sempre una razionalizzazione. Una scuola chiusa dopo un percorso partecipativo resta una scuola chiusa.
Il problema non è soltanto Rapinese. Il problema è il modello politico, amministrativo e culturale che ha reso possibile la sua azione. Se questo modello non viene contestato alla radice, l’alternativa rischia di ridursi alla promessa di una dismissione più gentile.
È precisamente questo il declino morbido della democrazia: non la soppressione improvvisa delle istituzioni, ma il loro lento svuotamento; non l’abolizione della scuola pubblica, ma il suo progressivo impoverimento; non la cancellazione della partecipazione, ma la sua riduzione a consultazione; non la fine delle elezioni, ma una democrazia che comincia e finisce nell’atto periodico del voto.
Declino morbido, ho scritto: ammesso e non concesso che il PD non voglia essere parte organica della catastrofica escalation bellica dell’Europa e del mondo. Il silenzio sui finanziamenti alla scuola pubblica suscita allora un interrogativo inquietante: è soltanto povertà programmatica o rivela la consapevolezza che le risorse pubbliche saranno sempre più assorbite dalla spesa militare? Se così fosse, il ridimensionamento della scuola non sarebbe una conseguenza inevitabile del calo demografico, ma l’esito di una precisa gerarchia politica delle priorità. Per quanto riguarda il sottoscritto, inaccettabile.
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