Scuola
Scuole e “periferie”: Prestino, Rebbio e il caos etico-civile di Como
Chiudere una scuola di “periferia” significa alimentare il disagio sociale
1. Cronaca di una chiusura imposta?
La decisione della Provincia di Como di avallare il progetto dei Comuni di San Fermo, Colverde e Faloppio per la costituzione di un nuovo plesso scolastico potrebbe segnare il destino della scuola primaria e secondaria di primo grado di Prestino.
La nascita del nuovo polo sottrarrebbe infatti una parte degli alunni all’istituto comasco, mettendone a rischio l’autonomia. La scuola di Prestino potrebbe essere accorpata a quella di Rebbio, secondo modalità amministrative ancora da precisare. Perderebbe anzitutto il proprio dirigente, mentre alla dirigenza di Rebbio, già impegnata ad affrontare una situazione complessa, verrebbe affidata una realtà ancora più vasta e difficile da governare.
Sul quotidiano La Provincia del 13 ottobre, il sindaco di San Fermo presenta il progetto come una scelta “condivisa”. Dallo stesso articolo, tuttavia, non emerge un consenso altrettanto netto da parte del sindaco di Como. Soprattutto, resta da chiarire se la comunità scolastica di Prestino sia stata effettivamente coinvolta, attraverso gli organi collegiali e secondo le procedure previste, in una decisione capace di incidere così profondamente sul futuro dell’istituto.
Sorprende, in questo quadro, l’assenso espresso dalla Provincia. Il sindaco di Faloppio ha dichiarato che la scuola di Prestino presenterebbe “diversi problemi”. Quali? Non è dato sapere. Esaminando i documenti di uno dei Comuni coinvolti, si scopre che tra questi problemi viene indicata la mancanza di “omogeneità sociale”, come ho già ricordato in un precedente articolo (si legga qui).
Proprio questa motivazione rende ancora più difficile immaginare che gli organi della comunità scolastica di Prestino abbiano potuto sostenere senza riserve il progetto. L’idea che una scuola debba essere organizzata sulla base della “omogeneità sociale” appare infatti difficilmente conciliabile con la funzione assegnata all’istruzione pubblica dalla Costituzione.
2. Le caste
Se esistesse una discussione tecnico-scientifica che giustifichi l’assunzione della “omogeneità sociale” come criterio di politica scolastica, sarebbe opportuno che venisse resa pubblica. Sarebbe altrettanto importante conoscere gli studi pedagogici e sociologici ai quali i Comuni o le altre istituzioni (scolastiche e non) coinvolte intendono richiamarsi.
L’espressione “omogeneità sociale” non è infatti neutrale. Rimanda a una concezione della scuola come luogo nel quale le differenze dovrebbero essere ridotte separando le persone, anziché affrontate attraverso risorse, competenze e politiche adeguate. Del resto, il confronto con le “differenze” è uno dei principali motori della curiosità e della conoscenza.
Tuttavia, si tratta di una impostazione, quella delle “omogeneità sociali”, che riaffiora nel dibattito nazionale, soprattutto intorno alla presenza degli alunni di origine “straniera” nelle classi. Alcuni scrittori, molto presenti nel discorso pubblico egemonizzato da potenti forze economiche e politiche, sostengono le proposte del ministro dell’Istruzione dirette a limitarne il numero, spingendosi talvolta oltre le stesse posizioni del governo. È una destra che si presenta come nuova, ma ripropone argomenti e paure che hanno una storia assai più lunga: almeno centenaria.
In ultima analisi, invece che fare della scuola il luogo deputato all’esaltazione delle possibilità individuali, si vuole trasformarla in un meccanismo di produzione e riproduzione di caste economiche e sociali.
3. Cittadinanza silenziosa
Intanto, controversie politiche di cortissimo respiro rischiano di provocare la scomparsa di un presidio educativo e sociale di grande importanza. Anche il silenzio finora prevalente nella comunità scolastica di Prestino testimonia un sostanziale disorientamento. Così come silente è la comunità scolastica di Rebbio.
Il silenzio, del resto, è il risultato inevitabile di trent’anni di politiche e di culture di governo sia del centro-destra che del centro-sinistra: immigrazione senza piena cittadinanza, lavoro precario, istituzioni che rifuggono dal confronto pubblico.
In questo modo il ricatto sociale stratifica una forma mentis molto prudente nel rivendicare diritti propri e doveri altrui. Si tratta di una nuova forma di “servitù volontaria”, si potrebbe dire ricordando un celebre scrittore. In questo modo la democrazia muore e la società si spegne.
Nel centro storico, la mobilitazione della scuola Corridoni e l’intervento dei partiti nazionali contro il piano del sindaco Rapinese, che ne prevedeva la chiusura, hanno mostrato una maggiore capacità di difendere un’istituzione scolastica e i diritti della sua comunità. Questa disponibilità alla mobilitazione, però, sembra arrestarsi quando si oltrepassano i confini sociali e simbolici del centro cittadino.
La destra liquida spesso questi ambienti con la formula polemica della “sinistra della ZTL”, rimproverandole di non difendere quelli che la destra considera i suoi autentici “interessi di classe”. Potremmo dire che nel caso della scuola del centro questi interessi si sono cementati.
Ma proprio il caso di Prestino mostra l’esistenza di un problema reale: la difesa dei servizi pubblici appare vigorosa quando riguarda il centro e i suoi ceti più organizzati, molto meno quando sono coinvolte le cosiddette periferie.
4. Centro e periferia
A Como, i partiti nazionali confermano così una debolezza già emersa con chiarezza nelle ultime elezioni comunali. Prestino e Rebbio rimangono ai margini delle loro iniziative. Manca una prospettiva politica capace di oltrepassare tanto i confini amministrativi del capoluogo quanto quelli dei piccoli Comuni, ricomponendo un territorio che le singole amministrazioni trattano come una somma di interessi municipali concorrenti: piccole patrie incapaci di uscire da orizzonti culturali limitati.
C’è persino chi propone che nel capoluogo tutti i partiti nazionali si alleino in funzione anti-Rapinese. Potrebbe essere l’anticipazione di futuri esperimenti nazionali, costruiti per tenere ai margini le forze definite “estreme”, dai Cinque Stelle ai sostenitori di Vannacci.
Ma un fronte costituito soltanto contro qualcuno non risponde alla questione essenziale: quale idea di città, di scuola e di territorio si intende proporre? Possibile non fare del Comune un centro propulsivo della scuola pubblica, per riportarla al centro dell’agire sociale? Possibile non capire che è arrivato il momento di cancellare, con politiche sociali coraggiose, la separazione tra “centro città” e “periferia”?
Prestino dimostra che il problema di Como non consiste soltanto nel decidere chi debba governarla. Consiste, prima ancora, nel riconoscere quali parti della città abbiano diritto a essere ascoltate e quali, invece, possano essere sacrificate nel silenzio.
5. I presidi sociali di Rebbio
Da tempo tento di portare nel dibattito cittadino alcune proposte per la scuola pubblica: un reddito scolastico comunale destinato agli studenti (si legga qui) e un vasto programma di investimenti, a partire dal personale, affinché le scuole diventino il perno della vita culturale (si legga qui).
Lavorando da circa un anno a questo progetto, ho incontrato anche numerosi insegnanti, operatori e persone legate alle diverse comunità scolastiche. Durante questi incontri sono stato, per così dire, travolto dalle testimonianze, anche provenienti da Rebbio: proprio la scuola che, secondo il progetto in discussione, dovrebbe accogliere quella di Prestino.
Ne emerge il ritratto di un quartiere che si percepisce abbandonato a sé stesso.
Per molto tempo Rebbio ha avuto tre punti di riferimento: la scuola, la parrocchia e la caserma dei carabinieri. Tre edifici, tre istituzioni, tre modi diversi di rappresentare la presenza delle istituzioni nella comunità. Intorno a essi si disponeva la geografia del quartiere: educazione, servizi sociali, sicurezza.
Già, perché è alla Chiesa cattolica, capofila di una fitta rete di associazionismo, che lo Stato della Seconda Repubblica ha demandato in gran parte il compito di costruire e cementare la coesione sociale.
Questa geografia, però, si è lentamente sfaldata. Con l’avvicendamento del personale, la presenza dei carabinieri nella vita quotidiana del quartiere viene oggi avvertita come meno intensa. La parrocchia continua ad avere in don Giusto un protagonista indiscusso, ma anche discusso, tanto nel quartiere quanto nei suoi rapporti con l’Amministrazione comunale. La carità e il volontariato non possono sostituire la politica sociale pubblica. Il campetto di basket è stato ristrutturato in gran parte per la spinta della squadra parrocchiale e grazie al mecenatismo di un supermercato. Il Centro di aggregazione giovanile, gestito attraverso i bandi comunali, è ora chiuso.
La scuola, infine, dopo essere stata per oltre un decennio un presidio fondamentale grazie alla presenza di una dirigenza capace e appassionata, ha conosciuto una fase di “reggenza”, secondo indicazioni nazionali volte al taglio dei costi, e poi quella che alcuni interlocutori definiscono, pur riconducendola a ragioni oggettive, sul piano amministrativo una specie di “vacanza”.
Il risultato, nelle parole raccolte, è lo sfarinamento del ruolo sociale dell’unico vero presidio pubblico del quartiere: la scuola.
6. La frontiera
La parola presidio ricorre continuamente. È una parola che viene dal linguaggio militare, ma qui indica qualcosa di fragile: un luogo che rimane aperto, una porta alla quale bussare, una persona capace di interpretare una lettera, compilare un modulo, riconoscere una difficoltà prima che diventi un conflitto. La scuola è chiamata a proteggere senza avere strumenti di difesa; a curare senza essere un ospedale; a mediare senza essere un tribunale.
Rebbio si trova sul fronte delle correnti migratorie che, in epoche diverse, hanno attraversato Como. In passato sono arrivati gli italiani dal Mezzogiorno, poi altre comunità, provenienti dalla Turchia, dall’Albania, dal Marocco, dalla Cina e da molti altri Paesi. Cambiano le lingue, i volti e le religioni, ma il quartiere continua a essere il luogo nel quale la città demanda il proprio incontro con il mondo di coloro che cercano lavoro.
Non è certo la prima volta che si affronta il problema della “uniformità linguistica”: è una conquista solo recente la diffusione della lingua italiana, quella di Alessandro Manzoni, avvenuta grazie alla televisione pubblica. Quelli che vengono definiti i “dialetti” regionali o addirittura provinciali e comunali sono, infatti, ancora molto radicati.
Oggi nella scuola si conterebbero una trentina di nazionalità. Circa il 75 per cento degli studenti viene definito “straniero”, anche quando si tratta di ragazze e ragazzi di seconda generazione, nati o cresciuti in Italia e italiani nella loro esperienza quotidiana. La parola li colloca “fuori”; la loro vita, invece, è già qui. Almeno in parte.
7. Gabbie sociali
In una delle classi descritte dai miei interlocutori convivono alunni di provenienza cinese, ortodossi, cattolici europei e africani, musulmani, che prevalgono numericamente. Un piccolo atlante umano raccolto in pochi metri quadrati. Le frontiere che sulle carte geografiche dividono continenti e Stati, nell’aula si ritrovano separate soltanto da un banco.
Non è un’immagine idilliaca. La convivenza è difficile, attraversata da diseguaglianze economiche, differenze linguistiche, appartenenze religiose e codici familiari non sempre comunicanti. Alcune famiglie hanno un rapporto molto fragile con la lingua scritta; secondo le testimonianze, vi sono genitori che firmano con una croce. I documenti amministrativi sono geroglifici: non perché contengano un mistero, ma perché appartengono a una lingua del potere che non tutti hanno imparato a decifrare.
Quasi tutti lavorano. Molte donne sono impiegate nei servizi domestici e di cura. Gli uomini trovano occupazione nell’edilizia, nel commercio o in altre attività spesso precarie. Il mercato del lavoro è segmentato per provenienza geografica, è noto. Le generalizzazioni legate alle diverse nazionalità, ricorrenti nei racconti quotidiani, rivelano esse stesse il modo nel quale il quartiere cerca di mettere ordine in una realtà complessa, dominata dal caos, dall’incertezza, dal caso.
Non tutte le posizioni amministrative sono regolari. Non in tutte le famiglie si parla italiano. Alcuni ragazzi frequentano scuole coraniche e studiano l’arabo. I telefoni cellulari e le trasmissioni provenienti dai Paesi d’origine mantengono aperto un legame quotidiano con mondi lontani. La televisione italiana è spesso vietata in famiglia. La migrazione, del resto, non consiste semplicemente nel lasciare un luogo e arrivare in un altro. Significa abitare contemporaneamente più luoghi, portando dentro la casa una lingua e incontrandone un’altra appena oltre la porta. Usi e costumi sono profondamente differenti.
Secondo alcune testimonianze, le iniziative proposte per promuovere l’incontro non hanno avuto tutte lo stesso esito. Un corso dedicato alla cultura turca avrebbe riscosso un notevole successo, mentre altre attività sarebbero rimaste quasi deserte. Anche l’integrazione, dunque, non procede in linea retta. Avanza per curiosità improvvise, esitazioni, incomprensioni, aperture e ripiegamenti. Non è un dovere che possa essere imposto soltanto a chi arriva: l’integrazione, che non può che tradursi nella creazione di una nuova comunità, è una relazione faticosamente costruita nel tempo e che chiama in causa anche le istituzioni e la società che accoglie.
8. Non solo e non tanto insegnanti
In questo spazio gli insegnanti non fanno più soltanto gli insegnanti. Diventano educatori, mediatori culturali, interpreti delle difficoltà familiari, esperti dei problemi adolescenziali, pacificatori e, talvolta, psicologi senza averne né il titolo né le risorse. Gli sportelli psicologici preposti sono affidati a personale precario, legato a norme spesso incomprensibili per famiglie che non conoscono la psicologia occidentale. Ci si muove per “bandi”, lasciando professionalità di vaglia ai capricci del mercato.
“Gestiamo i conflitti”, dicono spesso tutti gli operatori scolastici intervistati. Dietro una frase così semplice si intravede un lavoro quotidiano enorme, quasi sempre invisibile. Certamente non riconosciuto sul piano economico e sociale. “Insegnare” in senso stretto diventa talvolta l’ultimo dei compiti raggiungibili.
Eppure i risultati sono straordinari: il “Progetto legalità”, proposto dal Tribunale di Como, ha visto la partecipazione entusiasta degli studenti e dei docenti, dando risultati di notevole spessore. Gli studenti hanno simulato un vero e proprio processo, in ogni sua componente, imparando sul campo il significato e l’importanza del diritto.
Sono gli stessi alunni di origine straniera, peraltro, a consentire la formazione delle classi. Senza di loro, la scuola rischierebbe di chiudere. È uno dei paradossi di Rebbio: le persone indicate come un problema sono anche quelle che tengono in vita l’istituzione. La scuola vive grazie a coloro dai quali una parte della città cerca di prendere le distanze. Si vorrebbero espulsi, rimpatri: ma senza di loro la Nazione, per usare una parola oggi abusata, non esisterebbe e lo Stato, che della Nazione vorrebbe essere l’espressione superiore e migliore, rinuncia sistematicamente a farne i protagonisti del domani.
La culla della cultura occidentale, l’Italia, ancora una volta rischia di scivolare nella assurdità del “sangue” e della “razza”, che già immensi danni ha provocato al mondo. Ci si è pentiti, forse, della follia razziale di un tempo, talvolta fondata su una pseudo scienza biologica, più spesso argomentata su vaticini “spirituali”, come teorizzato dal nazista e antisemita Julius Evola, un autore molto in voga nella destra italiana contemporanea.
Oggi la follia razziale si ripropone sostanzialmente identica, anche se è rivolta a comunità culturali diverse da quelle di un tempo.
9. Parole
Le famiglie più agiate del quartiere, secondo quanto mi è stato raccontato, aspirano spesso a mandare i figli a Prestino, percepita come una realtà più borghese e rassicurante. Tra le due scuole si disegna così una frontiera interna. Non servono muri né dogane: bastano la reputazione, la paura, il passaparola. Prima ancora di essere amministrativa, la separazione è sociale e simbolica.
Così accade nel mondo dell’immigrazione: basta una strada, una piazza per segnare la frontiera invalicabile di comunità in lotta per la sopravvivenza e cariche, a loro volta, di odi “razziali” ancestrali.
Nei racconti affiorano episodi inquietanti, anche di spinto bullismo, se non di violenza vera e propria. Ricorre inoltre l’immagine delle madri come figure sulle quali ricade quasi interamente la responsabilità familiare, mentre “i padri non esistono”: una formula estrema, che non può essere assunta come descrizione generale, ma che restituisce la percezione di solitudine vissuta da chi lavora nella scuola.
“Adesso siamo proprio allo sbando”, dice qualcuno.
Sono parole pronunciate quando le categorie amministrative non bastano più. La scuola viene definita dagli insegnanti che vi approdano “scuola del panico”. Rebbio è descritta come una “isola infelice”, un “ghetto”, un “grande pollaio”, perfino un quartiere “disperato”, paragonato a Quarto Oggiaro. Non sono definizioni scientifiche. Sono metafore e immagini della fatica, spesso di protagonisti della vita scolastica di lunga esperienza e di immane pazienza. Raccontano lo sguardo di chi si sente lasciato solo davanti a problemi che oltrepassano le sue competenze e le sue forze.
Sono anche cliché radicati nel tessuto cittadino borghese: magistrati e avvocati coinvolti nel “progetto legalità” temevano di essere catapultati nel “Bronx”. Il mondo della scuola li ha fatti confrontare, invece, con le straordinarie capacità di cui è capace l’umanità nei suoi anni di vita formativa.
10. Razionalizzare?
Eppure, Rebbio non è un’isola. Se lo fosse, avrebbe una frontiera per separarla dal resto di Como. La frontiera, invece, è stata costruita dalla città: è fatta di servizi ridotti, personale insufficiente, uffici lontani, risorse discontinue e responsabilità continuamente trasferite da un’istituzione all’altra.
I finanziamenti pubblici non sono mancati: PNRR, fondi ministeriali e regionali. Nelle testimonianze raccolte, il Comune viene invece descritto come il fanalino di coda. Un resoconto pubblico di questa contabilità, così come del profilo sociale del quartiere, manca del tutto. Si producono atti amministrativi, c’è informazione, ma manca l’analisi sociale e il suo raccordo con l’agire politico e amministrativo. L’università appare una cittadella isolata.
Ma il sotto finanziamento della scuola non è isolato. Si accompagna alle difficoltà della sanità, degli uffici postali, dei servizi comunali, dei trasporti. La sensazione generalizza è di un lento e generalizzato disfacimento, fatto in nome della “quadratura dei conti”, della “diminuzione dei costi”, della “razionalizzazione”. Ma è altrettanto percepito in modo molto chiaro che questa contabilità monetaria è funzionale alla distruzione del tessuto sociale della comunità.
Quando arretrano insieme, le istituzioni lasciano dietro di sé uno spazio vuoto, una progressiva desertificazione. In quello spazio crescono la paura, la diffidenza e la ricerca di protezione dentro la propria comunità di origine. È quanto testimoniava un celebre studioso, Edward C. Banfield, studiando e definendo il cosiddetto “familismo amorale” di certe regioni meridionali annegate nella povertà e poi, via via, conquistate dall’illegalità.
11. La scuola pubblica: organo costituzionale
La parrocchia continua a svolgere una funzione essenziale, anche attraverso l’accoglienza promossa da don Giusto; ma una parrocchia appartiene alla Chiesa cattolica. Certo: aperta a tutte le fedi, anche agli atei. Un’avanguardia, indubbiamente. Oggi, un presidio sociale insostituibile, ricco di capacità creative.
Il segreto di questo successo non risiede solo nelle personalità che la indirizzano. È anche il frutto di un modo d’agire sostanzialmente libero dai lacciuoli delle norme amministrative, concepite per “controllare”, invece che per stimolare la crescita sociale. La Chiesa ha la potenza economica necessaria per agire e ha un meccanismo molto accurato, anche se non privo di criticità, di selezione del proprio personale, che ha non solo una forte “vocazione”, ma che può contare su esperienze di carattere internazionale e su una complessità organizzativa costruita sul continuo confronto tra studio ed esperienza. E poi c’è la risorsa del volontariato. La parrocchia di Rebbio è il centro di una serie notevole di iniziative (Caritas parrocchiale, teatro, catena alimentare imperniata anche su negozi e supermercati, guardaroba, accoglienza “Rebbio solidale” con circa 15 appartamenti, sport giovanile, narcotici anonimi e tante altre esperienze), che trovano anche nella scuola pubblica un momento d’appoggio fondamentale (per i giovani rifugiati).
Anche in questo caso il Comune è fanalino di coda nell’appoggiare queste iniziative. Autorevoli testimoni di questo “modello sociale” sottolineano come don Giusto pratichi in modo sistematico la “delega”: termine e pratica sconosciute al sindaco di Como e raramente coltivate all’interno dei partiti.
Tuttavia, la scuola è un “organo costituzionale”, come scriveva Calamandrei: come il Parlamento, come la Presidenza della Repubblica, come la magistratura. È il luogo pubblico nel quale nessuno dovrebbe essere ospite e ciascuno dovrebbe poter entrare senza dover dichiarare una fede, una provenienza o un’identità. E’ il luogo nel quale, quando un’appartenenza si dichiarasse, ne dovrebbe scaturire l’apprendimento del confronto e del dialogo, nel rispetto dei principi fondamentali della carta costituzionale, dei diritti individuali e del pensiero scientifico.
Non si deve imporre il saluto, con la stretta di mano, alle insegnanti donne da parte delle famiglie che stentano a riconoscere la parità di genere: si deve imparare a comprendere il profondo significato di quel gesto, che per l’Italia e il mondo è costato una lunga guerra di liberazione, anche dai pregiudizi religiosi.
12. Conclusioni
Per questo la scuola di Rebbio non è semplicemente una scuola collocata in una periferia. È il punto nel quale la città decide quale significato attribuire alla parola pubblico. Se la lascia sola, non abbandona soltanto insegnanti e studenti: rinuncia alla possibilità di trasformare una moltitudine conflittuale in una comunità politica.
Rebbio e Prestino sono entrambe definite “periferie”, pur avendo profili sociali differenti. Ma periferia non è soltanto un luogo lontano dal centro. È il nome assegnato a ciò che può essere trascurato senza che il centro interrompa la propria vita. È una distanza politica prima ancora che geografica. È lo strumento attraverso il quale si sono generate e cristallizzate delle gerarchie sociali che il progresso tecnologico ha reso antistoriche e che non possono che sfociare nel conflitto sociale.
Prestino teme di perdere la propria scuola. Rebbio teme di dover sostenere un peso ancora maggiore senza ricevere risorse, personale e attenzione adeguati. Una scuola rischia di scomparire; l’altra rischia di essere caricata di nuovi compiti proprio mentre fatica a conservare il proprio ruolo.
Il loro destino è dunque lo stesso. Entrambe chiedono di non essere considerate meri contenitori, “depositi”, nei quali trasferire problemi, alunni e responsabilità. Chiedono che la città torni a guardare le proprie periferie non come margini da amministrare, ma come luoghi nei quali viene messa alla prova l’idea di cittadinanza.
Perché una città non finisce dove terminano i palazzi del centro. Finisce dove smette di riconoscere come propri i bambini e le bambine che entrano ogni mattina in una scuola.
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