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Senato USA. Oklahoma, Florida, Wyoming e South Carolina. Quattro primarie d’agosto hanno scelto quattro senatori
Kevin Hern in Oklahoma, Sen. Ashley Moody in Florida, Harriet Hageman in Wyoming e Sen. Darline Graham in South Carolina. Formalmente saranno eletti il 3 novembre. Politicamente, le primarie hanno già deciso che loro avranno quattro seggi nel prossimo Senato degli Stati Uniti.
Mancano ancora più di due mesi alle elezioni di midterm e la battaglia per il controllo del Senato resta apertissima. Ohio, Maine, Michigan North Carolina e Texas saranno al centro della campagna fino all’ultimo giorno.
E lo sarà soprattutto l’Alaska, dove l’ottimo risultato di Mary Peltola nelle primarie della scorsa settimana ha aperto una partita che merita un ragionamento autonomo e alla quale torneremo con un articolo dedicato.
In altri quattro Stati, invece, novembre sarà solo poco più della ratifica di una scelta già compiuta.
Oklahoma, Florida, Wyoming e South Carolina sono oggi così nettamente repubblicani che la vera elezione senatoriale si è consumata nelle primarie del GOP.
Ne sono usciti quattro nomi: Kevin Hern, Sen. Ashley Moody, Harriet Hageman e Sen. Darline Graham.
Quattro storie molto diverse che raccontano quanto profondamente Donald Trump abbia trasformato il Partito repubblicano.
Considerarli semplicemente quattro nuovi senatori trumpiani sarebbe però riduttivo. Perché vengono da mondi lontanissimi fra loro: un imprenditore milionario dei McDonald’s, una magistrata che da ragazza fu reginetta delle fragole, l’avvocata scelta da Trump per eliminare Liz Cheney e una funzionaria pubblica che si è ritrovata improvvisamente a occupare il seggio del fratello morto.
Il punto interessante è proprio questo: non sono quattro prodotti del MAGA. Sono quattro pezzi differenti del Partito repubblicano che convergono nel trumpismo.
Oklahoma: Kevin Hern, il milionario dei McDonald’s
Il primo verdetto era arrivato in Oklahoma già lo scorso 16 giugno.
Non ne ho parlato prima perché era giusto attendere l’esito finale della selezione DEM che si è tenuta lo scorso 18 agosto.
Il candidato selezionato dai DEM sarà N’Kiyla “Jasmine” Thomas, infermiera e cittadina della Chickasaw Nation, una candidata quasi priva di apparato e con pochissimi fondi disponibili che ha sconfitto nettamente il candidato più istituzionale e “centrista”.
Thomas rappresenta la componente più giovane e progressista del partito: sanità come diritto, living wage, tutela dei diritti civili, sovranità tribale, rifiuto dei finanziamenti dei corporate PAC. Si è dichiarata vicina a diverse politiche socialiste e ha assunto posizioni molto critiche verso Netanyahu e il sostegno americano alla guerra a Gaza.
La sua vittoria può quindi essere letta accanto a quelle di El-Sayed e Flanagan come un altro segnale dello spostamento a sinistra dell’elettorato delle primarie DEM.
Ma in Oklahoma questo non significa assolutamente nulla fuori dal suo partito.
E’ infatti uno dei seggi più sicuri per il GOP che elegge entrambi i senatori dello stato ininterrottamente dal 1990.
Kevin Hern può già ragionevolmente preparare il suo trasloco dalla Camera al Senato.
Ha conquistato circa due terzi dei voti repubblicani. L’endorsement anticipato di Trump aveva contribuito a scoraggiare la discesa in campo di avversari più pericolosi e la primaria si è trasformata rapidamente in una formalità.
Il seggio – occupato ininterrottamente dal 1994 dallo storico Sen. Jim Inhofe – era stato conquistato nel 2022 da Sen. Markwayne Mullin. La sua uscita verso l’amministrazione Trump ha portato alla nomina per pochi mesi di Sen. Alan Armstrong, in attesa di scegliere con le elezioni il candidato che occuperà il seggio per un mandato pieno di 6 anni.
Hern è probabilmente il più classico dei quattro nuovi repubblicani di cui parliamo qui e contemporaneamente quello la cui biografia assomiglia maggiormente al mito americano dell’imprenditore entrato tardi in politica.
Nato nel 1961, ha costruito la propria fortuna soprattutto attraverso i franchise McDonald’s, arrivando a possedere numerosi ristoranti in Oklahoma. La politica viene molto dopo: entra alla Camera soltanto nel 2018, a 56 anni.
Il suo conservatorismo è quello classico dell’imprenditore: tasse, spesa pubblica, debito, deregolamentazione, energia, libertà d’impresa. Non il populismo culturale come punto di partenza, ma il tradizionale conservatorismo economico repubblicano progressivamente integrato nell’universo politico di Trump.
Alla Camera Hern è arrivato alla guida del Republican Study Committee, uno dei principali centri di elaborazione della destra congressuale.
Non è un personaggio particolarmente istrionico. Non cerca quotidianamente lo scontro televisivo e, durante la campagna senatoriale, ha rivendicato anche la capacità di costruire accordi bipartisan soprattutto su energia e commercio.
È trumpiano senza avere bisogno di interpretare continuamente il personaggio trumpiano.
Ed è proprio questo a renderlo interessante: il conservatorismo economico tradizionale non combatte più Trump.
Si è accomodato perfettamente dentro il suo partito.
Florida: Sen. Ashley Moody, dalla “Strawberry Queen” al Senato
Sen. Ashley Moody è già senatrice. Ma non è mai stata eletta al Senato.
Quando Sen. Marco Rubio ha lasciato il seggio nel gennaio 2025 per diventare Secretary of State, il Governatore Ron DeSantis ha nominato al suo posto l’allora Attorney General della Florida.
La primaria era quindi il primo test elettorale della senatrice Moody. Non c’è stata partita: circa quattro repubblicani su cinque hanno scelto lei.
La sua biografia è probabilmente la più curiosa delle quattro.
Moody nasce a Plant City nel 1975, figlia di un giudice federale e appartenente a una famiglia presente in Florida da cinque generazioni. Studia accounting, poi legge, diventa assistant U.S. attorney, quindi giudice di circuito ad appena 31 anni e infine Attorney General.
Un curriculum difficilmente definibile anti-establishment.
Eppure, prima di tutto questo, c’era stata un’altra elezione.
Nel 1993 Ashley Moody era diventata Florida Strawberry Festival Queen.
Il Florida Strawberry Festival di Plant City è una grande festa popolare nata negli anni Trenta intorno alla produzione locale delle fragole: agricoltura, allevamento, concerti, parate, luna park. La reginetta e la sua corte diventano per un anno ambasciatrici della comunità.
Da reginetta delle fragole a senatrice degli Stati Uniti: una storia quasi troppo americana per essere inventata.
C’è anche un altro piccolo particolare biografico. Da giovane Moody era registrata come democratica. Passò al GOP nel 1998.
E anche la famiglia sembra costruita per la politica che avrebbe poi interpretato: suo marito Justin Duralia è un ex agente della DEA ed è diventato dirigente della polizia di Plant City.
Magistrato lei, poliziotto lui. Law and order in famiglia prima ancora che slogan elettorale.
Ma Sen. Ashley Moody è soprattutto un buon esempio di come sia cambiato l’establishment repubblicano.
Non nasce populista. Nasce dalle istituzioni. Da Attorney General, però, diventa una combattente nelle grandi guerre giudiziarie repubblicane contro Washington: immigrazione, Covid, aborto, marijuana.
Dopo le presidenziali del 2020 aderisce a nome della Florida al caso Texas v. Pennsylvania, il tentativo poi respinto dalla Corte Suprema di contestare i risultati elettorali in quattro Stati vinti da Biden.
Arrivata al Senato nel 2025 si colloca disciplinatamente dentro la maggioranza trumpiana, concentrandosi soprattutto sui temi che conosce meglio: confine, immigrazione, fentanyl, criminalità, polizia.
Ma senza rinunciare a iniziative bipartisan: è per esempio cosponsor del Kids Online Safety Act, il progetto che impone maggiori responsabilità alle piattaforme digitali nella protezione dei minori.
Moody è quindi qualcosa di diverso da Hern.
Non il conservatorismo imprenditoriale assorbito dal trumpismo, ma l’establishment istituzionale conservatore che diventa esso stesso trumpiano.
La sorpresa della Florida è arrivata semmai dai democratici.
La democratic socialist Angie Nixon ha battuto il favoritissimo Alexander Vindman 56%-44%, nonostante Vindman disponesse di risorse finanziarie enormemente superiori, costruendo la vittoria attraverso sindacati, chiese nere e sinistra democratica.
È un risultato politicamente interessante che si colloca dentro il più generale spostamento a sinistra nelle primarie DEM.
Elettoralmente, però, rende ancora più difficile e sostanzialmente impossibile la conquista di uno Stato che negli ultimi anni si è spostato nettamente verso i repubblicani.
Se ne riparlerà nel 2028, visto che quella della Florida è una “special election” per completare il mandato senatoriale iniziato da Sen. Marco Rubio nel 2022 (dopo che occupava il seggio dal 2010).
Wyoming: Harriet Hageman, la donna che eliminò Liz Cheney
Nello stesso giorno si è votato in Wyoming.
Anche qui, come in Oklahoma la primaria repubblicana coincide quasi letteralmente con l’elezione a Senatore.
Sen Cynthia Lummis non si è ricandidata ricandida e Harriet Hageman ha conquistato la nomination GOP con il 65%, dei consensi.
Il democratico James Byrd ha vinto dall’altra parte, aggiudicandosi il diritto a comparire sulle schede di novembre, ma nessun democratico possiede oggi una strada realistica verso la vittoria in Wyoming.
Hageman, però, è già una figura nazionale. E lo è per una ragione precisa: Liz Cheney.
Dopo il 6 gennaio Cheney aveva votato alla Camera per l’impeachment di Trump ed era diventata la più importante oppositrice interna del presidente nel Partito repubblicano.
Trump decise che doveva essere politicamente eliminata. Scelse Harriet Hageman.
Nel 2022 la sostenne nella primaria per il seggio alla Camera e Hageman travolse Cheney.
Non fu semplicemente la sconfitta di una deputata uscente.
Fu probabilmente la più spettacolare purga politica dell’era Trump.
Il cognome Cheney, il padre vicepresidente, una storia familiare intimamente intrecciata al GOP e credenziali conservatrici impeccabili non erano più sufficienti.
La fedeltà a Trump era diventata la nuova linea di confine.
Sarebbe però un errore considerarla soltanto una creatura del presidente.
È un’avvocata che ha costruito buona parte della propria carriera combattendo il governo federale su acqua, terre pubbliche, ambiente, energia e regolamentazione.
È profondamente immersa nella tradizione politica dell’Ovest americano: proprietà, risorse naturali, autonomia locale, diffidenza verso Washington.
Ed è qui che il passaggio da Sen. Cynthia Lummis a Harriet Hageman acquista significato.
Per decenni il Wyoming ha mandato a Washington conservatori durissimi ma fortemente istituzionali: Sen. Cynthia Lummis apparteneva a quella tradizione, mentre Hageman appartiene a una generazione diversa.
Il seggio, dunque, non cambia colore, ma cambia il tipo di repubblicano che lo occupa. A novembre Harriet Hageman sarà sicuramente senatrice e sarà una senatrice più combattiva, più anti-Washington, più disponibile alle guerre culturali di Trump.
South Carolina: Sen Darline Graham: il cognome, il fratello e soprattutto Trump
L’ultimo verdetto è arrivato il 25 agosto in South Carolina.
Ed è la storia più improbabile delle quattro.
Fino a poche settimane fa Darline Graham non aveva mai ricoperto una carica elettiva. Aveva costruito una lunga carriera nell’amministrazione pubblica della South Carolina, soprattutto nei servizi rivolti alle persone con disabilità e nell’inserimento lavorativo.
Poi, l’11 luglio, è morto improvvisamente suo fratello Sen. Lindsey Graham.
Il governatore Henry McMaster ha scelto Darline per occupare temporaneamente il seggio. Da funzionaria pubblica a senatrice degli Stati Uniti praticamente da un giorno all’altro.
Ma la nomina ha aperto immediatamente una questione: sarebbe stata soltanto una custode temporanea del seggio del fratello oppure avrebbe cercato di conservarlo?
Donald Trump ha risposto per lei. L’ha spinta a candidarsi e l’ha sostenuta con una forza eccezionale.
Al primo turno delle primarie Darline è arrivata prima con appena il 33%, insufficiente per evitare il ballottaggio. Davanti a lei restava un avversario molto più esperto: Ralph Norman, cinque mandati alla Camera, imprenditore, membro del Freedom Caucus e già candidato a governatore: sulla carta aveva praticamente tutto ciò che dovrebbe servire per vincere una primaria repubblicana in South Carolina.
Ma aveva commesso un errore che nel GOP contemporaneo può pesare più di tutti gli altri requisiti messi insieme: nelle presidenziali aveva sostenuto Nikki Haley contro Trump.
Darline Graham aveva invece l’endorsement del presidente. E Trump ha deciso di spendere capitale politico vero.
È andato personalmente a fare campagna per lei. Il suo MAGA Inc. ha investito oltre 800.000 dollari nella corsa. E il 25 agosto Graham ha battuto Norman 52,5%-47,5%.
È probabilmente, fra le quattro, la vittoria che dice di più sul potere personale di Trump.
Perché Sen. Darline Graham non ha sconfitto un moderato. Ha sconfitto un esponente del Freedom Caucus.
E lo ha fatto pur mostrando durante la campagna una inesperienza evidente.
Nel dibattito prima del ballottaggio le sue difficoltà sui dossier di sicurezza nazionale e politica estera sono diventate il principale argomento di Norman. Graham stessa aveva ammesso di dover ancora approfondire alcuni temi.
Normalmente sarebbe materiale devastante per una candidata al Senato.
Non lo è stato.
Il cognome Graham ha certamente contato.
E dietro il cognome c’è una storia familiare autenticamente particolare.
Lindsey e Darline avevano perso entrambi i genitori quando erano molto giovani. Lindsey si assunse la responsabilità della sorella minore e ne divenne legalmente il tutore. Il loro rapporto rimase strettissimo per tutta la vita.
Questo rende inevitabilmente diversa la storia della successione rispetto a un normale caso di dinastia politica.
Ma non elimina la questione politica: Sen. Darline Graham è arrivata al Senato perché era la sorella di Lindsey e vi rimarrà perché Donald Trump ha deciso che doveva rimanerci.
È anche interessante che non sembri destinata a diventare semplicemente una copia del fratello.
Sen. Lindsey Graham rappresentava una combinazione peculiare: conservatore molto tradizionale, falco assoluto in politica estera, profondamente legato alle istituzioni senatorie e, dopo un’iniziale ostilità, alleato fedelissimo di Trump.
Darline arriva invece direttamente nel GOP già trasformato.
Potrebbe quindi risultare più trumpiana del fratello sulla politica interna e contemporaneamente ereditare da lui una linea fortemente interventista sulla politica estera.
È ancora presto per sapere quale delle due anime prevarrà.
A novembre affronterà la pediatra democratica Annie Andrews. Ma la South Carolina non è oggi uno Stato contendibile in condizioni normali e la vittoria di Graham nelle primarie equivale all’elezione.
Non quattro MAGA, ma quattro strade verso Trump
Ed è qui che queste quattro primarie diventano più interessanti dei loro risultati.
Kevin Hern, Sen. Ashley Moody, Harriet Hageman e Sen. Darline Graham non hanno quasi nulla in comune nelle rispettive biografie.
Hern viene dall’impresa.
Moody dalle istituzioni giudiziarie.
Hageman dalle battaglie territoriali e anti-federali dell’Ovest.
Graham dall’amministrazione pubblica e da una vicenda familiare che l’ha proiettata improvvisamente nella politica nazionale.
Eppure, tutti diventeranno a novembre senatori degli Stati Uniti per i prossimi sei anni.
Questo dice qualcosa di importante sul Partito repubblicano del 2026.
Nella prima fase Trump aveva conquistato il GOP combattendo il suo establishment. Aveva bisogno di candidati anti-establishment, provocatori, outsider, personaggi disposti a mettere in discussione le vecchie gerarchie del partito.
In qualche caso questo è costato la sconfitta elettorale a vantaggio del candidato DEM.
Dieci anni dopo non è più necessario.
Trump non deve più conquistare il Partito repubblicano. Il Partito repubblicano è già diventato il suo partito.
Per questo può convivere perfettamente con un milionario dei McDonald’s, con una ex giudice figlia di un giudice federale, con un’avvocata western e persino con la sorella di Sen. Lindsey Graham.
Il trumpismo è diventato il luogo politico nel quale devono incontrarsi le diverse tradizioni della destra americana.
E la vicenda di Sen. Darline Graham aggiunge un ultimo elemento.
Ralph Norman era probabilmente più conservatore di lei, certamente più esperto e indiscutibilmente più preparato alla vita congressuale.
Ma aveva scelto Haley contro Trump. Darline aveva scelto Trump.
Ha vinto Darline.
Forse nessuno dei quattro risultati racconta meglio di questo dove sia arrivato, nel 2026, il Partito repubblicano americano.
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