Criminalità
Casuzze, dal motoscafo a Vittoria: il pestaggio di Lalollari e la geografia criminale che cambia
Dal motoscafo in avaria davanti a Casuzze al pestaggio di Denny Lalollari, l’inchiesta attraversa Vittoria, Comiso e Santa Croce Camerina per ricostruire una geografia criminale mobile, nella quale uomini, mezzi e attività cambiano luogo quando diventano troppo visibili da tutti.
Secondo la ricostruzione fornita da fonti riservate, Denny Lalollari capisce che quell’incontro non finirà con le parole quando gli uomini che ha davanti smettono di parlargli e cominciano a stringerglisi intorno, occupando uno dopo l’altro lo spazio nel quale potrebbe ancora allontanarsi, fino a quando i primi pugni lo raggiungono al volto, gli impediscono di reagire e gli fanno perdere l’equilibrio.
L’aggressione continua quando Lalollari è ormai a terra, con calci diretti verso lo stomaco e la schiena, mentre la possibilità di proteggersi si riduce e la violenza assume il significato di un avvertimento destinato a chi lo riceve e, forse ancora di più, a chi dovrà semplicemente sapere che quella violenza è avvenuta.
Fino a quel momento abbiamo osservato una rete criminale seguendo uomini che ricevono, nascondono, trasportano, distribuiscono e riscuotono senza avere necessariamente bisogno di conoscere l’intera filiera; adesso quella stessa architettura si materializza sul corpo di un uomo e mostra la propria parte più dura, perché un sistema capace di sostituire un deposito scoperto, modificare una rotta esposta o abbandonare un punto di approdo diventato pericoloso deve essere in grado di reagire anche quando il rischio sembra concentrarsi su una persona.
Il problema, allora, non sarebbe stato soltanto Lalollari, ma tutto ciò che la sua crescente visibilità rischiava di trascinare alla luce.
Per comprendere il possibile significato di quell’aggressione bisogna quindi allontanarsi dal luogo del pestaggio e osservare ciò che, secondo le fonti, si sarebbe raccolto intorno al suo nome.
Quando un uomo diventa un varco
Lalollari sarebbe diventato troppo esposto, fino a trasformarsi da elemento funzionale di un sistema di relazioni in un possibile punto di vulnerabilità, anche se gli elementi disponibili non consentono di stabilire che questa sovraesposizione costituisca il movente del pestaggio e sarebbe scorretto trasformare una ricostruzione confidenziale e una successione temporale in un nesso causale accertato.
La dinamica riferita dalle fonti appare tuttavia coerente con il funzionamento del modello ricostruito, perché una struttura fondata sulla separazione dei ruoli e sulla distribuzione delle conoscenze ha bisogno che nessun singolo soggetto diventi una porta attraverso la quale cominciare a osservare anche ciò che gli sta intorno: le persone frequentate, i luoghi utilizzati, i mezzi impiegati e le relazioni costruite negli anni.
Quando troppi passaggi finiscono per ruotare intorno alla stessa figura, la compartimentazione perde efficacia e quella persona, pur senza conoscere l’intera filiera, può diventare il punto dal quale iniziare a ricostruirla.
Se questa era la vulnerabilità, la risposta non avrebbe richiesto necessariamente l’allontanamento definitivo di Lalollari, ma la dispersione di ciò che si era concentrato nel suo campo di esposizione. È dentro questa ipotesi che i colpi smettono di apparire soltanto come violenza e cominciano ad assumere il significato di un’indicazione rivolta anche agli altri.
Quando i colpi diventano un ordine
Le fonti collocano l’aggressione dentro questa tensione, interpretandola non come prova definitiva del movente, ma come il momento nel quale la necessità di ridurre ciò che passava attraverso Lalollari sarebbe diventata concreta.
Quando il pestaggio termina, Lalollari riesce a rialzarsi e, ferito e stordito, chiede aiuto ad alcuni amici che lo portano via da quel luogo, lasciando dietro di sé un’immagine capace di raccontare più di molte spiegazioni, perché l’uomo che fino a quel momento si sarebbe mosso dentro una trama di conoscenze e protezioni viene accompagnato via dopo essere stato colpito, mentre il significato dell’aggressione comincia già ad allontanarsi dal suo corpo e a raggiungere gli altri.
La violenza avrebbe dunque un destinatario immediato e un pubblico più ampio: colpisce un uomo, ma comunica che qualcosa nella distribuzione dei luoghi e delle attività deve cambiare.
Ed è proprio mentre Lalollari viene portato via che un episodio del passato restituisce alla scena il suo rovesciamento più netto, perché qualche anno prima, a Comiso, sarebbe stato lui a stabilire chi dovesse andarsene.
Non è più lui a dettare la geografia
Secondo quanto emerge dall’ordinanza emessa il 24 gennaio 2020 dal Gip del Tribunale di Ragusa, relativa ai fatti avvenuti a Comiso il 15 maggio 2018, Lalollari si sarebbe rivolto a Caltabiano ordinandogli di lasciare la città: «Devi andare via da Comiso, altrimenti ti ammazzo. Anzi, ti taglio la testa».
Allora era lui a pronunciare il nome di Comiso come se potesse stabilire chi avesse il diritto di rimanervi; adesso viene portato via in silenzio dopo che altri hanno utilizzato la violenza, mentre proprio verso Comiso e Santa Croce Camerina, secondo le fonti, si starebbero spostando attività e passaggi che il legame con la sua figura rischierebbe ormai di rendere troppo riconoscibili.
I due episodi non possono essere sovrapposti come se raccontassero la stessa dinamica e il pestaggio non autorizza a parlare di un’esclusione di Lalollari, ma il rovesciamento resta netto: l’uomo che un tempo ordinava a un altro di lasciare Comiso si ritrova adesso dentro una riorganizzazione nella quale non è più lui a dettare la geografia.
Che Lalollari lo abbia compreso fino in fondo oppure no, dentro questa logica conta poco: il messaggio doveva essere chiaro soprattutto per gli altri.
Ed è da Comiso, la città che un tempo Lalollari pronunciava come un ordine, che la storia lascia il suo corpo e torna a muoversi sulla mappa.
Verso Comiso e Santa Croce
Secondo quanto riferiscono le fonti riservate, uomini, mezzi e attività logistiche si starebbero spostando verso Comiso e Santa Croce Camerina, dove verrebbero ricollocati anche incontri e passaggi operativi, perché le attività non potrebbero più continuare a concentrarsi intorno agli stessi soggetti e agli stessi luoghi.
Non si tratterebbe del trasferimento ordinato di un’unica organizzazione da un territorio all’altro, ma della redistribuzione di attività differenti, ricollocate in aree capaci di offrire campagne, capannoni, abitazioni isolate, collegamenti con la costa e una rete di relazioni sufficientemente ampia da assorbire le singole operazioni senza renderne immediatamente evidente il legame.
Comiso e Santa Croce non comparirebbero dunque come semplici nomi sulla mappa, ma come territori complementari: il primo con le campagne, i magazzini, le ville isolate e le connessioni viarie; il secondo con la vicinanza al mare, le borgate marinare e le strade secondarie attraverso le quali un’imbarcazione, un’automobile o un carico possono passare dalla costa all’entroterra nel giro di pochi chilometri.
Cambiare territorio, però, non sarebbe sufficiente se uomini, depositi e mezzi continuassero a rimanere collegati nello stesso modo, perché spostare il baricentro senza modificare l’organizzazione significherebbe trasferire altrove la medesima vulnerabilità.
Svuotare lo spazio intorno a un uomo
“Spostare tutto”, nella ricostruzione delle fonti, non significherebbe trasferire una struttura intera da un centro a un altro, ma separare i mezzi dai depositi, i luoghi di arrivo da quelli di custodia e gli uomini che ricevono da quelli incaricati di trasportare.
La capacità di adattamento del modello consisterebbe proprio in questo: svuotare lo spazio operativo intorno alla persona diventata troppo riconoscibile e ricollocare altrove ciò che rischierebbe di emergere insieme al suo nome.
La violenza mostrerebbe così una funzione più ampia del semplice pestaggio, perché indicherebbe che un uomo può perdere il proprio peso, un territorio può cambiare funzione e i collegamenti diventati pericolosi possono essere spezzati prima che qualcuno riesca a ricomporli.
Ma la geografia che si starebbe ridisegnando tra Comiso e Santa Croce non rimane chiusa dentro i confini della provincia di Ragusa, perché dietro i possibili rapporti attribuiti a Lalollari continua a comparire l’isola dalla quale questa storia era cominciata.
Malta torna dentro la storia
Malta riemerge non perché gli elementi disponibili consentano di collegare Lalollari al motoscafo rimasto in avaria davanti a Casuzze, sovrapposizione che sarebbe scorretta, ma perché le fonti gli attribuiscono rapporti con soggetti maltesi e perché l’isola continua a presentarsi come uno degli spazi nei quali denaro, uomini e possibili canali di approvvigionamento entrano in contatto con il Sud Est siciliano.
La presenza di Malta dentro percorsi differenti non dimostra che quegli stessi percorsi appartengano a una sola rete, così come la ricorrenza di Comiso e Santa Croce non consente di attribuire automaticamente a ogni episodio una regia comune; mostra, però, una geografia nella quale gli stessi territori tornano a offrire le condizioni necessarie per ricevere, nascondere e spostare ciò che arriva dal mare.
Non è dunque la sovrapposizione arbitraria di vicende diverse, ma il ritorno di uno spazio geografico e relazionale lungo itinerari dei quali non è ancora possibile stabilire i punti di incontro, la durata dei rapporti e il numero dei soggetti capaci di conoscere più di un segmento della filiera.
Ed è questa geografia ancora incompleta a riportarci sulla spiaggia dalla quale l’inchiesta era partita.
Lo squarcio aperto da Casuzze
Il motoscafo è ancora lo stesso, il motore è ancora fermo, la corrente continua a trascinarlo verso riva e dentro i borsoni recuperati dal mare continuano a esserci circa settecentomila euro, ma dopo avere attraversato Santa Croce, Comiso e Vittoria quella scena non appare più come all’inizio, perché dietro un’imbarcazione che si avvicina troppo alla costa cominciano a intravedersi i territori nei quali un carico può essere ricevuto e occultato, gli uomini che possono spostarlo, le relazioni necessarie a distribuirlo, il denaro prodotto dalla vendita e i debiti che rimangono quando quel denaro non viene pagato.
È questo lo squarcio aperto da Casuzze.
Non la prova che tutti i nomi, gli episodi e i territori incontrati appartengano a una sola organizzazione, conclusione che gli elementi raccolti non consentono di sostenere, ma la possibilità di osservare una rete nel momento esatto in cui uno dei suoi passaggi smette di funzionare e, partendo da quell’anomalia, seguire verso terra ciò che normalmente rimarrebbe nascosto.
Il guasto del motoscafo e la possibile sovraesposizione di Lalollari appartengono a vicende differenti e non devono essere confusi sul piano fattuale, ma mostrano la stessa vulnerabilità di un sistema fondato sulla discrezione: una barca destinata a rimanere lontana dagli occhi diventa visibile quando il motore si ferma; un uomo diventa un rischio per ciò che gli ruota intorno quando troppi sguardi cominciano a concentrarsi su di lui.
Nel primo caso è il mare a spingere verso la costa ciò che avrebbe dovuto restare al largo; nel secondo sarebbe la violenza a imporre che le attività si allontanino dal punto diventato troppo riconoscibile.
Ed è forse proprio questo ciò che il mare ha restituito insieme ai settecentomila euro: non la prova di una rete già ricostruita, ma lo squarcio attraverso il quale cominciano ad apparire le sue coordinate, perché Malta è l’isola dalla quale il motoscafo è partito, Casuzze la costa sulla quale il guasto lo ha sospinto e il Sud Est siciliano la terra dentro cui uomini, mezzi, denaro e relazioni possono disperdersi fino a non lasciare altro che tracce separate.
Non sappiamo ancora dove queste tracce si congiungano, né se appartengano alla stessa organizzazione, ma sappiamo che tornano a occupare la medesima geografia: il tratto di mare tra Malta e la Sicilia, le borgate costiere, le campagne di Santa Croce, i magazzini di Comiso, le attività economiche e i piazzali di Vittoria, luoghi differenti che acquistano un significato nuovo quando smettono di essere osservati uno alla volta.
È questa la rete che l’inchiesta sta cercando: non quella che il motoscafo ha dimostrato, ma quella che il suo guasto ha costretto per un istante a uscire dall’ombra, perché quando il motore si è fermato davanti a Casuzze, Malta non è rimasta dall’altra parte del mare, il denaro non è rimasto nascosto dentro i borsoni e la costa non è stata più soltanto una costa.
La rete non è arrivata intera sulla spiaggia. Ma per la prima volta il mare ne ha restituito la sagoma.
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